Esiste un’alternativa al carcere?

  •  
  •  
  •  
di Fabrizio Annaro

Possiamo immaginare che la parola carcere possa evocare una qualche buona notizia? Qualcosa di buono? Difficile, molto difficile, anzi per molti impossibile. Questo perché l’immaginario collettivo considera la casa circondariale come qualcosa da dimenticare, anzi da non pensarci affatto: “questo a me non potrebbe mai accadere”. Se invece accade a qualcun altro, ebbene: “colpa sua, fatti suoi!”

In un’epoca in cui l’individualismo la fa da padrone preoccuparsi delle altre persone non va certo di moda, figuriamoci occuparsi dei detenuti. Eppure la nostra Costituzione stabilisce che la pena deve essere anzitutto occasione di recupero, percorso di rieducazione, itinerario di reinserimento sociale.

Per gli esperti, operare in questa direzione, cioè avviare  progetti di rieducazione,  migliora la sicurezza dei cittadini e della comunità. Per la maggior parte dell’opinione pubblica, invece, l’idea di sicurezza è legata alla possibilità di rinchiudere i soggetti che hanno sbagliato dentro una cella e, se possibile, “buttar via la chiave!”.

Torniamo alla nostra domanda: qual è la buona notizia parlando di carcere?

Al convento del Carrobiolo, a Monza,  ci hanno accolto Dario Erba, della Caritas di Monza, e Paolo Cattaneo, docente di lettere, scrittore e volontario in un progetto molto speciale e poco conosciuto.

In uno studio pieno di cose, libri, carte, oggetti, Dario e Paolo si sono messi a parlare di pene alternative alla detenzione. A Monza da diversi anni c’è questo servizio. “Tutto è iniziato per caso, qualche anno fa, -racconta Dario – e da allora abbiamo indirizzato più di 200 persone verso pene alternative al carcere. Dicevo: qualche anno fa un avvocato penalista ci ha contattato per chiederci se fosse possibile offrire un’alternativa ad una persona condannata per un reato minore, non grave. Abbiamo preso la palla al balzo e dopo qualche tempo abbiamo firmato un protocollo con il Tribunale di Monza che consente al Giudice di indirizzare una persona, condannata a pene inferiori a 2 anni e a seguito di reati non gravi, a pene alternative che prevedono attività e lavori utili alla comunità, ma soprattutto un percorso di ripensamento in una ambiente meno complicato del carcere.”

Tutto è iniziato per caso, qualche anno fa, -racconta Dario Erba della Caritas di Monza – e da allora abbiamo indirizzato più di 200 persone verso pene alternative al carcere.

Oltre che a Monza, esiste anche una convenzione fra Caritas Italiana e il Ministero della Giustizia che ricalca i principi e il protocollo di quello siglato nella nostra città.

La pena alternativa è anche possibile a chi, dopo aver scontato diversi anni di detenzione e ne mancano solo due al fine pena,  abbia mostrato una buona condotta e si sia messo in luce positivamente durante la detenzione stessa.

Attualmente, a Monza, sono 31 le persone affidate a questo servizio. Il 70% sta scontando la pena per non aver superato la prova dell’alcool test mentre si trovava alla guida. Il resto delle persone sconta pene legate a reati di truffa oppure violenze private come rissa oatti dolosi in famiglia. Succede anche di trovarsi di fronte ad imprenditori condannati a causa di incidenti sul lavoro o per altri reati. Oltre al Carrobiolo partecipano al progetto anche i frati Francescani delle Grazie, i Pavoniani e i Boys Scout. Dario ha il compito di coordinare il servizi tenendo i contatti con gli avvocati, di preoccuparsi delle assegnazioni,  di seguire gli step di verifica delle persone indirizzate alla pena alternativa.

La cosa funziona? “Sicuramente – risponde Paolo – le persone preferiscono la pena alternativa alla traumatizzante esperienza del carcere. Questo è un bene perché spesso l’esperienza della detenzione aggrava la situazione anziché migliorarla. L’ho constatato per diretta esperienza facendo il volontario in carcere. Il vero problema è la recidiva. Molti usciti dalla galera tornano a delinquere.” Al Carrobiolo troviamo 8 persone che svolgono vari lavori fra cui quello della manutenzione del Convento.

Paolo Cattaneo: le persone preferiscono la pena alternativa alla traumatizzante esperienza del carcere. Questo è un bene perché spesso l’esperienza della detenzione aggrava la situazione anziché migliorarla.

Svolgono la loro attività una volta terminato il lavoro, nel tempo libero, in quanto il periodo della pena è  tramutato in equivalenti monte ore di servizio. Oltre che svolgere un’attività utile al prossimo, la persona condannata ha la possibilità di dialogare e confrontarsi sui piccoli e grandi temi della vita. “Succede che prima o poi –spiega Paolo- il dialogo diventi più profondo, più intenso. E’ qui che scatta qualcosa che potrà portare frutto. Almeno ce lo auguriamo.”

Paolo è volontario anche presso il Carcere di Monza. Qui trascorre qualche ora alla settimana. Si occupa della sesta sezione, parla con i detenuti, li aiuta a compilare  le famose domandine per richiedere farmaci, indumenti e così via. “La vita in carcere è durissima – aggiunge Paolo – e, paradossalmente, il carcere è un termometro sociale che dice molto sul disagio. Ad esempio, stanno aumentando esponenzialmente i maltrattamenti in famiglia: figli che picchiano i genitori per soldi, per la droga. Cammini dolorosi, tragedie, ingiustizie che si consumano fra le mura domestiche. Molto spesso la causa è il denaro. Il desiderio della pecunia oscura gli sguardi, provoca  liti,  genera violenza.”

Da buon insegnante Paolo ritiene che  la prevenzione possa iniziare dalla scuola. Lo dice sempre ai suoi studenti ai quali più che discorsi propone esperienze e racconti di vita vissuta ed anche qualche video o documentario come Tempo Libero, video girato nel Carcere di Monza ed edito proprio dal nostro giornale. “La storia più bella che ho visto in carcere –ci racconta Paolo – è quella di una persona  che, per errore, ha varcato la soglia della prigione. Dovevano destinarlo alle pene alternative, ma per un disguido burocratico è finito in cella. I detenuti della sezione hanno capito ed è scattata la solidarietà; tanto è vero che, terminata la pena, questa stessa persona aveva le lacrime agli occhi nel salutare i suoi compagni di sventura.”

E’ contagiosa la passione di Paolo per gli sventurati del carcere. Non nasconde il suo grande desiderio di contribuire ad un mondo migliore affiancandosi,  anche per poco tempo, a chi ha sbagliato. Tanto è vero che ha voluto scrivere un libro “I sensi del carcere” per raccontare la vita dietro le sbarre attraverso la percezione dei sensi: profumi, odori, rumori, grida. Sono i sensi, per Paolo,  a palesare una realtà  per la quale le parole sono insufficienti a raccontarla.

In questi anni di servizio e di colloqui con molte persone che hanno compiuto azioni illegali, Dario afferma che una delle categorie più a rischio, secondo lui, è quella dei manager: “alcuni di loro si reputano bravi, capaci, hanno collezionato così tanti successi, che a volte perdono il senso del limite e non si rendono più conto che aggirare la legge, facendo di testa propria, può diventare un reato. Cadono nella trappola dell’ autoreferenzialità. In questi casi rispondere a se stessi non è sempre un bene e neanche sinonimo di libertà, soprattutto se il senso della libertà diventa ben presto un alibi per non ascoltare il richiamo  della Legge.”

Non dobbiamo dimenticarci, poi, che un’altra categoria: sono le persone vittima dell’ignoranza e della scarsa istruzione. Anche la famiglia incide. Questo è l’ambito decisivo, è il luogo dove si gioca il nostro destino.

Pensare, però, che le pene alternative siano la soluzione del problema è riduttivo.

Non è possibile  lasciare libero colui che ha dimostrato di essere un pericolo per sé e per gli altri. Costui ha bisogno della cella. C’è poco margine. Ma tutti possono sperare di avere un minimo di chance per ripensare alla propria vita e agire per un proprio destino migliore.