“Evasione”: l’arte entra in carcere

Cosima Buccoliero e Elend Zyma
di Francesca Radaelli

L’arte come opportunità per cercare sé stessi e per dare forma alle proprie emozioni. Un’opportunità che diventa ancora più preziosa quando viene offerta a persone che stanno trascorrendo una parte della propria vita in carcere. Diventa, in un certo senso, un’opportunità di “evasione”.

È proprio questo che è successo nella casa circondariale di Monza grazie a Elend Zyma, “l’artista dei lenzuoli”, di origine albanese e monzese di adozione, che è riuscito a organizzare un vero e proprio laboratorio artistico per i detenuti del carcere, grazie alla collaborazione con l’associazione Carcere Aperto. E in occasione dei 30 anni dell’associazione le porte del carcere si sono aperte per davvero lo scorso 24 maggio, per l’evento di inaugurazione della mostra delle opere realizzate, sotto la guida esperta di Elend, dai detenuti nel corso del laboratorio.

 

Il titolo dell’esposizione dice già tutto: “Evasione”. L’evento ha visto la presenza e gli interventi della direttrice Cosima Buccoliero, del comandante  Felice De Chiara e di alcuni detenuti. E tra gli invitati c’era anche il sindaco di Monza Paolo Pilotto, cha ha voluto sottolineare l’attenzione dell’amministrazione comunale per questo luogo, come dimostra la recente inaugurazione di una biblioteca all’interno della casa circondariale: “Il carcere è uno dei quartieri della città, un luogo in cui è particolarmente forte l’importanza di ricercare e ritrovare un senso per la propria vita. Come istituzioni, il nostro compito non è giudicare, ma cercare di dare un senso, anche a questo luogo”.

Da sinistra Elend Zyma e Paolo Pilotto

Stefano Del Corno, presidente dell’associazione Carcere Aperto, ha voluto ringraziare  Elend Zyma, per “essere riuscito spiazzarci, attraverso l’arte”. Nel suo intervento ha tracciato la storia dell’associazione Carcere Aperto, nata 30 anni fa per accompagnare le persone detenute e oggi composta da circa 60  soci, di cui una quarantina attivi. Se l’orologio fermo è il simbolo del carcere, il tempo in realtà è passato, e dal 1994, anno di fondazione dell’associazione, è cambiato lentamente anche il carcere: “Allora non avrei mai immaginato di poter realizzare un evento come quello di oggi”, ha detto Stefano Del Corno, elogiando la disponibilità della Direzione del carcere. “Le due caratteristiche della vita in carcere, per noi volontari, sono la pazienza e la fedeltà”, ha spiegato. “Trovo molto affascinante il fatto che l’anagramma della parola “carcere” sia il verbo “cercare”.

Il comandante delle guardie carcerarie ha voluto sottolineare da un lato l’organizzazione complessa del carcere ma anche l’importanza che l’arte pittorica e la musica possono avere per i detenuti, come mezzi per riflettere e per esprimersi. “Il carcere è un luogo di sofferenza, ma le difficoltà aiutano a migliorarsi e bisogna consentire queste possibilità per proiettarsi verso un futuro migliore”.

“Qui c’è tanto”, ha sottolineato Elend Zyma nel suo intervento, “qui dentro ho trovato una grande famiglia, grazie alla direttrice che mi ha aperto queste porte e mi ha permesso di incontrare queste persone”. L’artista ha sottolineato il legame tra la sua vita e il suo progetto artistico nato dai lenzuoli usati che rappresentano la “dimensione intima della vita”, il suo inizio e la sua fine. “Pensando alla mia storia, sento di avere un debito con la vita, l’arte è davvero capace di salvare la vita e l’anima”.

Durante l’incontro sono intervenuti anche alcuni ragazzi del gruppo che ha partecipato al laboratorio di Elend Zyma: “Ogni lavoro ha una sua ragione alla base”, ha spiegato l’artista, che ha voluto allestire nel cortile esterno del carcere un’ulteriore installazione per invitare tutti ad alzare la testa e guardare in alto, oltre i muri del carcere. “Io ho cercato di supportare i ragazzi in questo percorso”. Dopo aver presentato alcuni lavori dai titoli eloquenti (“Primavera in carcere”,  su tutti…), Elend ha poi mostrato il libro da lui realizzato con i disegni e i pensieri di tutti coloro che hanno partecipato al laboratorio. Un libro chiuso da un paio di manette che è stato “liberato” davanti ai presenti: “La prima volta che li ho incontrati ero anch’io così, ammanettato”, ha detto l’artista.

L’evento si è concluso con un ricco aperitivo realizzato dai detenuti e offerto dall’associazione Carcere Aperto. Una bella giornata di condivisione e libertà creativa per tutti i partecipanti.

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