Filippo Galli, calciatore per caso

IMG_0479b_webA tu per tu con Filippo Galli, ex campione del Milan, oggi responsabile del settore giovanile della stessa società.  Intervista di Fabrizio Annaro e Camilla Mantegazza

L’appuntamento è per le 18.30 in un bar in centro a Monza. Filippo Galli arriva con un minuto di ritardo, giustificandosi prontamente con una chiamata di scuse. Chiediamo al proprietario del bar l’utilizzo di una saletta, per cercare un po’ di riservatezza ed evitare il trambusto: l’orario dell’aperitivo si fa sentire. Ordina una Coca, non beve alcolici. È ancora un atleta, in fin dei conti.Partiamo con la domanda più ovvia, quella che esce dalla bocca di un bambino davanti ad un grande campione.

Perché hai deciso di fare il calciatore?

Non ho deciso. La carriera è nata da una passione coltivata negli spazi verdi di Villasanta, la mia terra. Ho iniziato tardi, a 12 anni, dopo essermi dilettato con la ginnastica artistica, che mi ha formato atleticamente. La priorità ai tempi era la scuola – rimpiango di non aver studiato le lingue – e, perché no, il sogno di portare avanti ciò che mio padre, da metalmeccanico, aveva costruito. L’inizio è stato con la società sportiva Cosov di Villasanta. A 15 anni e mezzo arriva il Milan e per due anni ho giocato nella primavera, poi il Pescara dove ho imparato molto grazie a mister Tom Rosati, recentemente scomparso.

Un inizio e una carriera appoggiate dai tuoi genitori, oppure no?

Mia madre e mio padre mi hanno sempre lasciato libero di scegliere. Mio padre si convertì poi al Milan, tradendo, con poca convinzione, la sua prima fede nel Toro.

IMG_0929_webLa tua prima volta a San Siro?

San Siro è l’emozione, con la E maiuscola. Un’emozione che non ho sentito nelle gambe, ma nel cuore, proprio qui nel petto. Milan – Verona 4 a 2. Mister Ilario Castagner. In campo con Tassotti, Baresi e Maldini. Non me lo dimenticherò mai.

È questa la sua più grande gioia calcistica?

Questa è stata un’emozione, grande, grandissima. Parlare di un’unica gioia mi risulta difficile. Beh, come dimenticare l’11° scudetto conquistato dal Milan, stagione 1987-1988 o il momento in cui alzammo la Coppa dei Campioni nel 1993-1994, dopo una schiacciante vittoria 4 a 0 contro il Barcellona ad Atene. Ma indimenticabile è stata anche la conquista della serie A con il Brescia. Tante sono le gioie, tantissime.

E la più grande delusione?

Consegnare la Coppa Italia alla Juve dopo una bruciante sconfitta a San Siro.

Filippo_Galli_settore_giovanile_milanAlcuni dati ci dicono che un solo ragazzino su 20.000 riesce a “sfondare” e diventare professionista del mondo del calcio. Tu, come Responsabile  del Settore Giovanile del Milan, cosa consigli ai giovani che praticano il calcio?

Il problema non è creato dai bambini. Sono  alcuni genitori che creano e alimentano queste illusioni che, in un modo o nell’altro, divengono delusioni. Il loro compito deve essere quello di accompagnare  i ragazzi verso scelte giuste e responsabili, senza seguire il faro della popolarità. Considerare il calcio un ascensore sociale, un riscatto dalla propria condizione economica e sociale, è un errore grave che si ripercuote negativamente sui ragazzi.

C’è qualche ragazzo che merita di essere citato?

Si, Simone Romagnoli, ora del Carpi. Un esempio per i giovani in quanto, oltre al pallone, ha in tasca una maturità classica, suona il pianoforte, ha molteplici interessi.

Il tuo messaggio è dunque quello di imparare a dosare le aspettative.

Sì, esatto. Il calcio, come detto, non è un ascensore sociale. La tua vita cambia, se sfondi. Ma le possibilità di riuscire in questa impresa sono remote.

Ma il calcio può essere educativo?

Sì, ma è necessario scindere lo sport professionistico da quello dilettantistico, quest’ultimo estraneo alle logiche aziendali e del profitto, dunque più attento all’umanità dei giovani che cresce, educandoli.

Dunque nei grandi club questo aspetto risulta assente?

No, assolutamente. Bisogna però cambiare la cultura sportiva nella quale, oggi, noi cataloghiamo i ragazzi, gli allenatori, le società, tra la fila dei perdenti o tra quella dei vincenti. Importante è la lezione di Domenicali, direttore tecnico della Ferrari.

Ovvero?

Ovvero, bisogna iniziare a distinguere chi fa sport per migliorarsi – e migliorare – e chi no. Basta, non bisogna cercare scorciatoie per un risultato immediato. C’è bisogno di lanciare messaggi a lungo termine. Non abituiamo i nostri ragazzi a dare la colpa all’arbitro in caso di sconfitta. Così facciamo crescere i nostri giocatori.

IMG_0477_webPossiamo allargare il discorso all’Italia?

Certo, l’Italia e gli italiani sono pieni di risorse. I segnali di ripresa sono pochi, ho due figli, credo nel futuro, le forze per vincere la partita ci sono e sono convinto che l’Italia vincerà questa partita.

Grazie e buona fortuna.

Grazie a Voi. Buona fortuna anche ai lettori de Il Dialogo di Monza

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