di Francesca Radaelli
La musica come codice per parlare all’anima, al sentire delle persone. Questo il tema del secondo appuntamento del percorso formativo promosso dalla Caritas di Monza e dedicato al “desiderio di felicità”, che ha visto protagonista il musicista Franco Mussida, tra i fondatori della Premiata Forneria Marconi.
La musica può essere un canale da percorrere nella ricerca della felicità?
E’ la domanda con cui Fabrizio Annaro apre l’incontro. “Attraverso la musica possiamo aprire le porte dello spirito”, sottolinea. “Il linguaggio musicale può introdurci in un nuovo paradigma, è in grado di dirci qualcosa che va oltre il sentire quotidiano”.
Gerolamo Spreafico, pedagogista dell’Università Cattolica di Milano, presenta l’ospite come “una persona che si caratterizza per una proprietà di riflessione intorno alla musica e un non comune talento”. Evidenzia in particolare la scelta, da parte di Franco Mussida, di mettere questo talento al servizio dell’educazione, fondando il Centro Professione Musica (CPM) e dedicandosi a progetti che coinvolgono gli ultimi: nelle carceri, nelle comunità, con i migranti.

Il mondo del sentire e la vita emotiva
“Il nostro vivere quotidiano significa testimoniare qualcosa più che essere qualcosa”, esordisce Franco Mussida. “Mi sento semplicemente uno strumento, mi piace raccontare ciò che di più prezioso portiamo dentro il cuore: la nostra vita emotiva. Quella più profonda che non si vede, che si manifesta nei gesti, che ci induce a fare una carezza, che ci fa arrabbiare, che ci solleva. E’ il mondo del sentire, in cui si manifesta la nostra natura senziente, che condividiamo con gli animali, per la quale niente di ciò che abbiamo fuori da noi ci è estraneo”.
“Per tutta la prima parte della mia vita ho fatto il musicista sul palcoscenico, poi a 31 anni è sbocciata in me la consapevolezza che noi siamo una sola cosa con il mondo”, racconta Mussida. Alle domande “Perché il musicista fa musica? Perché gli ascoltatori sono così attratti da questa energia invisibile che riesce a modificare la natura interiore delle persone?” la risposta sta proprio nel fatto che siamo esseri senzienti. “Il sentire è strumento di conoscenza e l’uomo lo può utilizzare al meglio. A differenza degli animali, infatti, siamo dotati di un intelletto, che ci consente di dire a noi stessi che abbiamo delle pulsioni. E’ la strada per riuscire a comprendere la natura di tutto questo desiderare, questa tensione verso l’appagamento emotivo”.

Musica e “struttura emotiva”
La musica per Mussida è in grado di parlare all’anima. “Uso l’espressione “struttura emotiva” perché nel discorrere con le persone è più facile: in un mondo che si fida tanto della scienza se dico “struttura emotiva” mi ascoltano, se dico “anima” mi guardano con sospetto. E io voglio parlare alla gente”, afferma il musicista. “La musica è un’energia che mette in comunicazione ciò che di emotivo vive nel mondo con ciò che di emotivo vive nell’uomo. La musica è l’oro del suono: la materia più preziosa che l’uomo ha saputo estrarre dal mondo vibrante del suono. Per questo dobbiamo proteggerla, custodirla”.
“Love street”
Nel corso della serata viene proiettato il video di “Love street”, brano composto da Mussida e interpretato da allievi del CPM, in cui compaiono diverse realtà del sociale con cui il musicista collabora, da Progetto Arca a Scampia, fino alle carceri. “In quei luoghi c’è possibilità di capire e sperimentare”, spiega il musicista. “Sono luoghi in cui la società civile mette poco il naso e paradossalmente c’è più libertà di interagire con le persone”. La canzone parla di amore come qualcosa che ci accomuna, che è di tutti, che “non ha stato, paese, partito, religione”.
Musica, spiritualità e educazione
Dove troviamo la spiritualità nella quotidianità? La troviamo nella sostanza delle cose, risponde il musicista. “Il problema è che abbiamo perso il senso del valore di cose che sono prima di tutto sostanza spirituale, e il mondo del suono è la manifestazione chiara della nostra natura spirituale. Ai giovani dovrebbe essere detto che possediamo una comune struttura emotiva. Non c’è alcuna differenza tra la malinconia che prova una signora di buona famiglia giapponese quando ascolta Beethoven e la malinconia data da una ballad metal che ascolta un ragazzo italiano o turco. Tutto il nostro sentire è fatto di correnti emotive, dentro una struttura che abbiamo tutti e che ciascuno declina a suo modo. L’uomo è “unito” in questo, allo stesso modo in cui esiste una struttura corporea comune, che ci rende umani. Siamo tutti uguali”. Su questo, secondo Mussida, dovrebbe fondarsi la formazione dei giovani: “L’educazione dovrebbe utilizzare non solo strumenti cognitivi ma anche strumenti di educazione a ciò che non si vede”.

Musica e tecnologia
Soffermandosi sul panorama musicale contemporaneo, il musicista sottolinea come ormai prevalgano la quantità, le logiche di mercato, la musica “virtuale”. Si chiede Mussida: “Ai ragazzi che sentono il bisogno di raccontarsi, quali strumenti stiamo dando? Quanto la tecnologia sta giocando in favore di offrire alle moltitudini la possibilità di esprimersi?”
Riguardo all’uso della tecnologia per produrre musica Mussida sottolinea alcune conseguenze da non sottovalutare: “Noi ci stiamo tutti i giorni assuefacendo a non badare più a ciò che è reale e ciò che è virtuale. Il punto è riuscire a comprendere i veri bisogni e i desideri degli esseri senzienti contrapposti alla volontà delle macchine”. La filiera della musica popolare, che è quella più prodotta e venduta, è composta da processi gestiti da macchine che lavorano secondo standard meccanici. E proprio qui sta la questione, secondo il musicista: “I ragazzi oggi ascoltano musica in continuazione. Per questo è determinante occuparci della qualità del suono, della sostanza della musica. C’è una differenza tra un pianoforte che vibra veramente e un chip elettronico che lo imita. Il problema è che ormai il nostro orecchio non la percepisce più. Invece”, spiega Mussida, “il suono è fatto di armoniche che sono l’ossigeno della musica. Ciò che proviene da un’altra sorgente non ha attinenza reale con il corpo del metallo, del legno”.
La musica come codice di comunicazione emotiva
Diverse domande del pubblico vertono proprio sull’educazione dei giovani alla musica. Mussida sottolinea che la musica è innanzitutto un codice di comunicazione emotiva, non è nata per fare spettacolo. In campo formativo gli istituti di comunicazione non si occupano di questo, né lo fanno i conservatori. “Eppure il territorio degli effetti del mondo del suono e della musica non può essere delegato solo alle facoltà di psicologia e psichiatria. E’ il musicista a governare questi processi. Il musicista può essere un “meteorologo” delle emeozioni, è in grado stabilizzare l’umore delle persone, usando un sistema di comunicazione che si basa su un timbro che entra nel nostro cuore, che muove il sistema circolatorio, si manifesta attraverso il respiro”.

Il problema educativo
A Mussida i giovani appaiono “sconcertati” rispetto all’immaginazione del proprio futuro, anche perché abituati a non avere rapporto con la natura, a tenerla esclusa dalla propria vita, soprattutto se vivono in città. Sembrano tempestati continui stimoli cognitivi. Le immagini e suoni che arrivano a loro attraverso la tecnologia non sono fatti per muoverli emotivamente ma per consumarli. “Per questo dobbiamo insieme creare un nuovo modello formativo, nuovi strumenti per risvegliarli. Soprattutto pensare ai bambini: sono “risucchiati” dalla tecnologia”.
Quale sia la musica vera, in grado di parlare alla struttura emotiva, o all’anima che dir si voglia, Mussida non poteva che mostrarlo imbracciando la sua chitarra e facendone risuonare il legno e le corde.
E regalando a tutta la platea un’esperienza di ascolto e connessione emotiva profonda .

Video della serata

