Gramsci e la lezione sulla egemonia

di Marco Riboldi

Cento anni fa veniva fondato il Partito Comunista d’Italia. Un avvenimento importante per le sorti del nostro paese, comunque si voglia giudicare l’azione politica dei comunisti.

Tra i fondatori un giovane intellettuale, sardo d’origine, ma stabilmente vivente a Torino: Antonio Gramsci. Mente brillantissima, di vasta cultura, fu probabilmente la testa pensante più importante del nuovo partito, insieme a Palmiro Togliatti.

Il suo pensiero è oggi meno presente nel dibattito culturale italiano, dopo un periodo in cui invece veniva studiato molto (gli settanta- novanta del secolo scorso) e considerato in tutto il suo notevole valore.

Vorrei qui tratteggiare un elemento della riflessione gramsciana che mi pare particolarmente utile in questi tempi: il tema della egemonia culturale.

Riducendo il modo schematico il pensiero di Marx, si può sottolineare che un elemento essenziale del marxismo è che la struttura economica è quella basilare, e condiziona e determina la sovrastruttura ( la società, la cultura, la religione, l’arte ecc. che sono sempre conseguenze della struttura economica di base).

Per dirla con Brecht: non è il pensiero a determinare l’esistenza sociale, ma l’esistenza sociale a determinare il pensiero.

Questo era lo schema base di Marx, anche se lo stesso fondatore della teoria comunista riteneva che poi comunque la sovrastruttura potesse tornare ad esercitare una sua certa influenza sulla società nel suo complesso.

Gramsci si spinse oltre, in questa analisi. Portò la attenzione sul fatto che le previsioni di Marx sulle rivoluzioni si fossero rivelate sostanzialmente errate: mentre Marx si attendeva che le rivoluzioni scoppiassero nelle società capitaliste mature, con un proletariato cioè pronto alla svolta, era successo invece che la rivoluzione avvenisse proprio in un paese lontano da quelle condizioni, come la Russia. ( sul suo giornale, Gramsci, con un gioco di parole, scrisse di “Rivoluzione contro il Capitale” intendendo proprio il libro di Marx con quel titolo).

Come era potuto accadere?

Gramsci riflette sul fatto che il potere non si basa solo sulla potenza economica di una classe, ma anche sulla capacità di rendere dominante una visione del mondo utile a questa medesima classe.

Quando cioè una classe dominante riesce a permeare di sé, dei propri valori, delle proprie aspirazioni, della propria mentalità tutta la società, si realizza un dominio ben più saldo di quello del potere economico o della dittatura.

Questo è ciò che era avvenuto nelle società capitaliste più avanzate, con gli operai più desiderosi di imitare la classe borghese nei suoi consumi che di rovesciare le ingiustizie.

Per rendere possibile tutto questo sono utili gli intellettuali “organici” al regime, che propagandano le idee e i valori dominanti e che li trasferiscono nella opinione pubblica, rendendo così possibile non solo il dominio, ma la egemonia della classe dominante.

Occorre insomma che il modo di pensare dei dominatori venga fatto proprio anche dai dominati, che i dominati pensino e desiderino le stesse cose dei dominatori, i quali a quel punto saranno sicuri del proprio potere, mancando anche il desiderio di rovesciare i sistema.

Prima di progettare una rivoluzione, quindi, sarà necessario smontare questo schema e sostituire alla egemonia culturale delle classi dominanti una nuova e diversa  mentalità generalmente condivisa.

In che cosa consiste la attualità di questa riflessione ( che naturalmente ho esposto in modo estremamente succinto, ma spero fedele e comprensibile)? A me pare evidente. Viviamo oggi in una società profondamente ingiusta.

Pochissimi hanno enormi ricchezze, moltissimi devono accontentarsi di una quantità miserevoli di beni. Risorse enormi, anche naturali,  vengono sprecate nei paesi ricchi, mentre il resto del mondo manca dell’indispensabile.

In questa situazione, la incessante propaganda consumistica riesce però a forgiare una mentalità tutta tesa alla celebrazione dello stile di vita dei paesi e delle persone più agiate, fornendo una continua giustificazione alla società così come è realizzata.

Le poche forme di dissenso o di pensiero alternativo sono facilmente messe a tacere con il semplice metodo del “silenziamento” operato dai media più potenti e dai “social” più influenti.

Un esempio clamoroso: si pensi a come viene celebrato il messaggio del papa quando è consono al pensiero ritenuto ormai socialmente accettabile e come viene viceversa ignorato quando parla di temi scomodi quali l’aborto o la giustizia sociale o la immigrazione.

Non serve nemmeno più litigare: basta lasciar perdere, tanto la prevalenza di alcune opinioni è ormai penetrata in modo apparentemente indolore in tutte le sfere della società.

Gli intellettuali “organici” sono oggi molti e di vario tipo: non solo persone che hanno una adeguata preparazione culturale, ma anche i vari autodefiniti artisti o

gli/ le “influencer” che senza alcun titolo di merito, se non la loro capacità di stare sulla scena mediatica servono a veicolare, la visione del mondo che si desidera imporre.

Il capitalismo ha vinto così: con gli operai che lottano più per ottenere consumi simili ai borghesi, direbbe don Milani, che per ottenere giustizia.

Mi fermo qui: Gramsci pensava che la via di uscita fosse la paziente costruzione di una egemonia culturale alternativa che potesse depotenziare il dominio di classe esistente. Anni dopo, Marcuse riteneva che solo appellandosi ai totalmente esclusi, ai “disperati” fosse possibile tornare ad alimentare una speranza di cambiamento.

Come aggiornare queste ipotesi di lavoro (anche nel linguaggio: ho usato quello di Gramsci, ma oggi anche i termini del discorso sono differenti), come trovare una strada per l’oggi e il domani è sfida che i prossimi decenni dovranno sostenere.