I racconti del melograno: bei tempi

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di Francesco Troiano – illustrazione di Filippo Carletti

Da giovane ebbi una sentita, quanto modesta, carriera da giocatore di pallacanestro, il cui unico successo fu che, da una struttura fisica tendente alla palla rotolante, mi aiutò a slanciarmi e diventare una persona almeno normale. Purtroppo ero alto 173 centimetri che, nel basket, è considerata una statura da quasi nano.

Quando però mi capitò di vedere Lucio Dalla giocare, mi feci coraggio e riuscii, dalla squadra dell’oratorio che frequentavo, a superare un provino al Pentagono che, negli anni ’70, era considerata fra le giovanili milanesi una squadra ambita. 

Da play-maker cercavo di emulare, invano, il mitico Marzorati del Simmenthal, con molta panchina e pochi canestri. Intorno ai ventiquattro anni finì, con un velo di tristezza, la mia esperienza cestistica.
 
A distanza di vent’anni, ai giardini con mio figlio piccolo, ebbi occasione di parlare con un signore che m’invitò a giocare in un gruppo di quarantenni ex giocatori come me.
 
L’indomani, perplesso e incuriosito, ma soprattutto senza allenamento alcuno, mi presentai alla palestra indicata con un completo nuovo di zecca: maglietta, pantaloncini e scarpe ultimo grido comprati alla Rinascente.
 
Con l’incedere “alla Michael Jordan” mi gettai nell’arena delle vecchie glorie con la grinta di un leone. Dopo i primi cinque minuti, qualche corsa all’impazzata alla ricerca della palla che non arrivava mai, con il cuore che mi scoppiava nel petto e il leone trasformato in un agnellino affaticato, avevo capito che, per quella sera, avrei fatto una figura migliore a tornare negli spogliatoi e rivestirmi.
 
E fu quello che feci.
 
Tornando con l’autobus verso casa, seduto nel seggiolino della vergogna dietro al conducente, guardavo fuori dal finestrino. Nel tragitto l’autobus passò davanti al mio vecchio oratorio da cui si scorgevano ancora i canestri del campi di basket.
Li guardavo allontanarsi e sparire dietro i grattacieli.
 
Come la mia giovinezza.