Il giardiniere della terra

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Intervista con Giuseppe Scarabelli, creatore dell’azienda agricola Il Gelso di Mezzago. Una vita dedicata all’agricoltura biologica.

Guardare al mondo, alla natura, con occhi diversi. Non più da padroni, ma da giardinieri della terra. Giuseppe Scarabelli usa questa immagine per cercare di spiegare cosa significa dedicare la propria vita all’agricoltura biologica. Per questo signore di Mezzago, un piccolo comune (circa 4.000 abitanti) del vimercatese, la coltivazione della terra ha rappresentato una svolta decisiva, un cambiamento radicale di mentalità, una trasformazione radicale della propria quotidianità.


Prima Giuseppe Scarabelli lavorava in IBM, faceva l’informatico, si occupava di interconnessione  tra i computer. Un mondo decisamente differente rispetto all’ambiente in cui si muove ora, con ai piedi un paio di sandali rigorosamente senza calze.


La sua azienda agricola, Il Gelso, comprende 35.000 mq di terra, di cui 2.500 occupati da serre, un’area verde e rigogliosa nel mezzo dell’agricoltura intensiva lombarda. Ciò che nasce qui viene venduto nei mercati settimanali, presso lo spaccio aziendale, e ai gruppi d’acquisto solidali.

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Il ‘campo’ si trova in località “Le Selvette”, all’interno dell’area del Parco Rio Vallone, proprietà di un consorzio sovracomunale. “Il parco non c’era quando ho iniziato”, spiega Giuseppe. “Questa era zona di brughiere, lungo la strada passavano sì e no venti macchine al giorno. Rimarrà un polo agricolo, pensavo. E invece tra poco qui arriverà la Pedemontana”.


Quando ha deciso di portare l’agricoltura biologica a Mezzago?

La mia azienda agricola nasce nel 1992, frutto di una decisione maturata dopo tre anni di riflessione. Nel 1989 si era tenuta a Basilea la prima Assemblea Ecumenica Europea, che vide incontrarsi per la prima volta tutte le chiese d’Europa.


Con un obiettivo: promuovere “giustizia, pace e salvaguardia del creato”. E fu proprio quest’ultimo concetto a colpirmi profondamente, l’importanza di prendersi cura della natura, di salvaguardarla, nella prospettiva di migliorare la vita delle persone, nel Nord e nel Sud del mondo.


E così lasciò il lavoro e si mise a fare il contadino …

Non avevo idea di come si coltivasse la terra, ho cominciato da zero. Da questo piccolo terreno in abbandono su cui era rimasto solo un gelso, ultimo esemplare dei filari che sorgevano in questa zona al tempo degli allevamenti dei bachi da seta.


Da questo gelso, che ora non c’è più, prende il nome la mia azienda. Qui ho iniziato a ricreare un ecosistema, piantando una siepe, innanzitutto, e poi predisponendo uno stagno. In modo da creare un ambiente vivo, fertile, ricco d biodiversità, con cui dialogare.

Secondo i principi del metodo biologico.

Attenzione. Oggi la parola ‘bio’ è sulla bocca di tutti, ma quando ho cominciato non era così. Familiare era solo la ‘fossa biologica’ e non era un concetto molto attraente. Insomma, quando ho iniziato a commercializzare i miei prodotti attraverso la vendita diretta ho fatto anche un’opera di educazione, mostrando con i fatti che esisteva anche un altro modo di concepire l’agricoltura e i consumi.


Ossia?

Secondo una logica positiva di relazione e cooperazione, non di concorrenza e arricchimento. Ricordo che nei primi tempi c’era chi veniva al campo per vedere se qui c’erano opportunità di business. Ma non è per fare soldi che ho creato tutto questo. È la dimensione sociale che mi interessa. Con questo spirito abbiamo anche offerto opportunità di lavoro o percorsi di inserimento a persone in difficoltà, immigrati, ragazzi usciti da comunità.

Quali sono i prodotti che coltivate?

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Cerchiamo di favorire la varietà, inserendo diverse tipologie di verdure in modo armonico nei terreni e nelle serre, a rotazione, rispettandone i ritmi naturali e i cicli di vita. Produciamo prevalentemente ortaggi, ma abbiamo anche della frutta: fragole, prugne, cachi, un po’ di more, ciliegie, uva, fichi.


Coltiviamo prodotti particolari, come il cavolo nero e il cavolo fiolaro, o tipici locali come l’asparago. Non quello rosa a cui è associata Mezzago nell’immaginario comune, ma quello verde, ricco di vitamina C. Vi invito a staccare le foglie dei miei cavoli, ad annusarle.


Le verdure che si comprano al supermercato spesso non sanno di niente. Il profumo, l’aspetto, il sapore dei prodotti biologici, invece, non   sono mai  uno uguale all’altro. Anche questa è biodiversità.

Come si ottengono questi risultati?

Lasciando più libertà alla natura, senza la pretesa di sottometterla o modificarla. Come potete vedere, sui miei terreni in alcuni punti cresce l’erba. Lo ripeto sempre, gli unici diserbanti che usiamo sono ‘mani-tex’ e ‘zappa-tox’. L’erba fa parte dell’ecosistema, come anche gli insetti. La parte alta del terreno è viva, ricca di materia organica, di lombrichi: per questo non rivoltiamo la terra per dissodarla, ma utilizziamo un tipo particolare di aratro, con un dentone che dissoda in profondità, mantenendo le stratificazioni.


Anche i macchinari che usiamo, spesso dismessi e di recupero, li impieghiamo secondo questi principi. Vedete quei cumuli là in fondo? È letame. I fertilizzanti che usiamo sono solo naturali.

Questo è l’anno di Expo. L’agricoltura biologica può bastare a ‘nutrire il pianeta’?

La grande sfida per il futuro è rappresentata dai cambiamenti climatici, che influiscono pesantemente sul ciclo di vita delle piante. Basti vedere il fango su cui stiamo camminando ora: è gennaio, il terreno non dovrebbe essere così molle. La soluzione però non può essere quella di affidarsi alla chimica, che uccide fertilità e biodiversità.


Occorre piuttosto lavorare su una selezione partecipata delle sementi, preservando la varietà presente in natura. Expo può essere sicuramente un’opportunità, ci sarà spazio anche per i prodotti biologici, ma ho come l’impressione che le ‘priorità’ siano altre … .

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La visita nel campo è terminata. Giuseppe Scarabelli ci mostra i pannelli solari da cui ricava l’energia elettrica che gli serve in azienda. Fanno quasi impressione, al di sotto del reticolo di cavi elettrici che vediamo dispiegarsi sopra i terreni di questa zona: provengono dalla vicina centrale elettrica di Verderio, ci spiega.


Poi mette sotto i nostri occhi una zolla della sua terra, invitandoci a fare un confronto con un’altra, presa dal campo vicino. “Vedete l’umidità, i lombrichi, i buchi che fanno? Sono solo nella mia terra. Perché quello biologico è l’unico terreno davvero ricco, fertile, vivo”.

Francesca Radaelli

©fotografie di Giovanna Monguzzi e Stefania Sangalli

 

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