Il Labirinto: un viaggio nella complessità

di Roberto Dominici

Il Labirinto: un viaggio nella complessità e nell’ incertezza del nostro tempo. Prima parte

Soffiasse davvero quel vento di Scirocco ed arrivasse ogni giorno per spingerci a guardare dietro la faccia abusata delle cose, nei labirinti oscuri delle case, dietro lo specchio segreto di ogni viso, dentro di noi… (F. Guccini, Scirocco 1987).

 …di plebi smisurate, labirinti ed empietà

di barbari che forse sanno già la verità.

 Di filosofi, e di etere, sospesa tra due mondi, e tra due ere.

 Fortuna e età han deciso per un giorno non lontano,

poi il fato chiederebbe che scegliesse la mia mano…(F. Guccini, Bisanzio 1981).

Quello che è destinato a te trova sempre il modo per raggiungerti.

Il Labirinto è l’immagine che, pur ponendoci di fronte ad ogni ferita, ad ogni inumano, crudele e doloroso abbandono della vita, evoca la speranza razionale che una via d’uscita possa esistere, nonostante tutto, che ci si possa ancora redimere o salvare.

Il labirinto fisicamente, è una struttura, solitamente di vaste dimensioni, costruita in modo tale che risulti difficile per chi vi entra trovare la via d’uscita.

In un’opera teatrale della drammaturga ma cedone Ilinka Crvenkovska la metafora del labirinto è usata per indagare la capacità dell’uomo di controllare il proprio destino. Nella rappresentazione della Crvenkovska, Teseo a differenza del racconto mitologico, è ucciso dal Minotauro, che a sua volta viene ucciso dagli abitanti della città.

Ma l’uomo del XXI secolo è in grado di controllare davvero il suo destino? Di essere del tutto artifex fortunae suae? O piuttosto è in balia di forze cieche, egoistiche, irrazionali e inconsce che sovrastano e dominano la sua capacità di scelta, la sua logica e lo fanno naufragare nel labirinto del suo tempo? Il tema è stato affrontato dal grande scrittore argentino Jorge Luis Borges, che ha dedicato diverse novelle. Il labirinto spesso simboleggia l’imperscrutabilità del disegno divino che ha creato l’universo (come ne La biblioteca di BabeleLa casa di Asterione), o l’universo stesso (come nel racconto metafisico del 1939 I due re e i due labirinti), o la conoscenza umana, pur sempre limitata però rispetto a quella divina (L’immortale, oppure Esame dell’opera di Herbert Quain); o ancora l’intrico della trama ordita da un uomo (Il giardino dei sentieri che si biforcanoAbenjacàn il Bojarì, ucciso nel suo labirinto).“Tutte le parti della casa si ripetono, qualunque luogo di essa è un altro luogo. Non ci sono una cisterna, un cortile, una fontana, una stalla; sono infinite le stalle, le fontane, i cortili, le cisterne. La casa è grande come il mondo”. (J.L.Borges, La casa di Asterione).

Il labirinto, è il “topos” enigmatico e misterioso per antonomasia, il luogo del disorientamento nella dimensione esperienziale, del perdersi senza sapere se si riuscirà a ritrovare se stessi o la strada. Questo tema peculiare è presente ancora in altri racconti della raccolta L’Aleph di Borges. Il titolo della raccolta indica la prima lettera dell’alfabeto ebraico e, come ci ha abituati lo scrittore argentino creando situazioni immaginarie e surreali, tuttavia governate da un estremo rigore logico e razionale, lo spazio allegorico rappresentato dal labirinto è improntato all’abbinamento della letteratura al gioco, all’artificio creativo, alla “finzione”.

Molti altri autori si sono occupati di labirinti, come ad esempio l’autore di fantascienza Roger Zelazny che nella serie di romanzi delle Cronache di Ambra cita un labirinto chiamato “il Disegno” che permette a chi lo percorre di muoversi verso realtà alternative, come succede nel celebre film SlidingDoors che ha preso spunto da un’idea del regista polacco Krzysztof Kieślowski, che aveva trattato il tema del destino nel suo film del 1981 “Destino cieco”. La vita della protagonista del film, una splendida Gwyneth Paltrow, vive e si divide in due dimensioni alternative. Il labirinto è inoltre connesso all’idea di un viaggio iniziatico che consente l’accesso al centro solo agli eletti; chi giunge al centro è introdotto ai misteri (potere,morte, immortalità) ai quali resta vincolato a vita.

In epoca moderna, soprattutto a partire dalla psicoanalisi di Freud, il viaggio iniziatico attraverso il labirinto conduce simbolicamente all’interno di se stessi, nella memoria, nell’inconscio, la parte più misteriosa e segreta della persona, il lato oscuro di sé, la zona cieca agli occhi della superficie, agli antipodi di essa. Questo concetto è assimilabile a mio parere alla metafora del viaggio arduo e pericoloso irto di inganni e illusioni per evitare i quali non basta la ragione. Basti pensare alla dimensione delle relazioni d’amore e affettive. Nel capolavoro di Edward Albee: “Chi ha paura di Virginia Woolf” i due protagonisti, Marta e George, complici l’ora tarda e i fumi dell’alcool,si addentrano in una specie di “gioco della verità” che porta la coppia a mettere a nudo tutto di sé, in uno spietato sguardo della loro vita che significa in realtà: chi ha paura di vivere senza false illusioni? Al centro del ring ci stiamo tutti noi con i nostri egoismi, paure, intolleranze, incapacità di amare, di comprendere, di accettare il tempo che scorre veloce, vittime dei fantasmi del passato.

Nella sfera dei sentimenti la declinazione del labirinto può assumere il connotato dello smarrimento, del disorientamento, della paralisi, della caduta disperata, quando l’amato viene ingannato o disilluso proprio da chi credeva fosse il vero Amore quello che si attende da sempre; non c’è ferita peggiore di quella inferta a chi viene deluso pur avendo dichiarato il proprio amore totale. Il labirinto richiama quindi diversi livelli di complessità, quella del tempo, delle dimensioni in cui l’uomo vive, rispetto alla “riduttiva” ma obbligatoria scelta tra due vie come descritto da Robert Frost nel suo “the road nottaken”.La realtà è invece “multiforme” multidimensionale e tutte le vie possono essere buone o negative, dipende dalla nostra volontà di viverle e di affrontarle senza escludere nessuna possibilità, senza cancellare alcunché. Siamo sempre posti di fronte a slidingdoors, a dimensioni che usando l’immaginazione, possiamo chiamare parallele tra loro. Possono influenzarsi, ma non si incontrano, in situazioni che pur partendo da uguali premesse conducono a esiti imprevedibili e spesso non voluti.

L’affermazione che “la vita è fatta di scelte” obbliga ognuno di noi a optare solo per una tra mille possibilità, limitando le nostre potenziali espressioni vitaliche si sviluppano solo seguendo singoli percorsi divergenti, soffocando la nostra spinta vitale. Vorrei qui richiamare la definizione di spirito, sinonimo di vita, forza vitale distinta dalla materia e che tuttavia interagisce con essa; una forma dell’essere radicalmente diversa dalla materia, o anche una totalità assoluta che comprende ogni tipo di manifestazione della realtà; pensiamo allo spirito dionisiaco come è inteso nella filosofia di Nietzsche, lo spirito dell’irrazionale contrapposto alla razionalità apollinea. Dioniso è il dio della musica, dei teatranti e dei baccanali, colui il quale rappresenta l’impeto dei sensi laddove Apollo è l’armonia e l’equilibrio. Legata a Dioniso è l’ebbrezza che deriva dall’arte sensuale, ovvero la musica e la danza. Lo spirito dionisiaco è dunque per Nietzsche lo spirito gaio e entusiasta dell’uomo che dice “sì” alla vita, la quale ha i tratti autentici dell’imprevisto, nell’irrazionale e nell’impeto dei sensi.

La vita non è un meccanismo automatico, una rigida sequenza di cause ed effetti che l’uomo può scomporre e ricomporre, anzi, ogni tentativo dell’uomo di “impadronirsene”, ovvero di comprenderla, non può che fallire, dal momento che la vita non è sottoposta a un ordine razionale superiore. L’espressione che Nietzsche usa in questo senso è “natura rerum”, una natura delle cose che l’uomo può forse comprendere solo in parte, ma di cui certamente non si può appropriare per l’evidente trascendenza alla mente umana che la caratterizza. Quindi l’unico modo per reagire alla dolorosa presa di coscienza che la vita non ha senso, né tanto meno uno scopo rispetto alla fine, è abbandonarsi in toto a essa, con un coraggioso sì alla vita. Se portiamo all’estremo questo ragionamento la volontà di non scegliere, di volere tutto e di vivere ogni possibilità è espressione di una volontà di potenza, al limite un delirio dionisiaco di onnipotenza.