Il simbolo e il diritto

di Enzo Biffi

A Riace è stata indubbiamente violata qualche norma e, come si può ben immaginare, i giudici avranno avuto sufficienti ragioni per procedere contro Mimmo Lucano sebbene in molti resti il dubbio di una esagerazione nel giudizio.

Resta però la percezione di un simbolo violentato, l’idea stessa che un’altra storia, resistente, solidale, fantasiosa e autonoma sia impossibile.

L’impressione, rilevata da più parti, è quella che una puntuale presenza dello stato si sia manifestata in modo eclatante solo in questa occasione, in una terra invece in cui la legge è spesso in ritardo.

In quel microcosmo sperduto, in quella terra amara, abbandonata e preda di ogni genere di crimine, una sentenza come quella inferta all’esperienza di Riace qualche pensiero lo induce. Non tanto sui tecnicismi delle motivazioni ma, di sicuro, sulla ferita impressa al simbolo che Riace era divenuto.

Il simbolo non è solo un segno o un gesto ma è un viatico di contenuti, di ideali, di senso. Qualunque esso sia, genera in noi una tensione che trascende il simbolo stesso portandoci ad altri pensieri e spesso a tensioni utopiche preziose. Certo non sempre i simboli portano concetti necessariamente nobili, si pensi alla potenza evocativa di due di essi diametralmente opposti: croce e svastica.

Mimmo Lucano

La cronaca di questi giorni ci pone due esempi chiarissimi: l’uomo divenuto simbolo dell’accoglienza condannato per associazione a delinquere e altresì l’uomo simbolo della legalità e della lotta alla droga che tra i più stretti collaboratori ha una persona indagata per cessione di stupefacenti. Due simboli opposti appunto, due vittime del loro esser divenuti “icone” ma in direzioni inverse.

A questo punto però, con un piccolo sforzo di identificazione non credo sia difficile immaginare lo stato d’animo dei due contrapposti soggetti. Il primo reo di aver subito una condanna per eccesso di coerenza, il secondo, senza indagine né condanna alcuna, travolto dalle circostanze che hanno violentato incoerentemente il proprio simbolo.

Questo mi suggerisce che i simboli esistono ma non sono uguali, hanno pesi specifici ben differenti e a noi piacciono decisamente i primi.

Ma noi chi?  Noi che ancora pensiamo che da qualche parte vada sostenuto un sognatore a caso, un Don Chisciotte, un Robin Hood che “senza se e senza ma” trovi la forza che a noi manca per sfidare le sabbie mobili di un sistema sempre più soffocante.

Noi che ogni qualvolta impattiamo contro i muri della burocrazia miope e delle norme ottuse, ci sentiamo legati, imbavagliati e spesso invochiamo l’avvento di qualche coraggioso navigante controvento.

Noi che per fortuna non dobbiamo emettere sentenze, ma che possiamo ancora permetterci il lusso di tifare per i simboli giusti, per le giuste cause, per gli uomini giusti.