La ‘leonessa’ di Lampedusa come Simone De Beauvoir

giusi nicolinidi Francesca Radaelli

“La lionne de Lampedusa”, la leonessa di Lampedusa. Così è stata definita sui media d’Oltralpe Giusi Nicolini, sindaco dell’isola diventata porta d’Europa per le migliaia di disperati che dalle coste dell’Africa si affidano al mare. Quest’anno la giuria del Premio Simone De Beauvoir ha deciso di assegnare a lei il riconoscimento con cui il 9 gennaio di ogni anno, in occasione dell’anniversario di nascita della grande scrittrice, viene premiata una persona, un’associazione o un’opera nel mondo che si sia segnalata per aver difeso e fatto progredire la libertà delle donne. Una libertà che, si legge sul sito del ‘Prix Simone de Beauvoir pour la liberté des femmes’, non è mai definitivamente acquisita.

Motivazione del premio a Giusi Nicolini? La sua “azione coraggiosa e pionieristica a favore dei migranti e dei rifugiati”.

Un’azione promossa da una donna, che continua a combattere non tanto e non solo perché alle donne siano riconosciuti diritti, ma soprattutto perché il dritto alla vita sia riconosciuto agli esseri umani. Perché è di esseri umani che stiamo parlando e Giusi, la leonessa che  li vede arrivare nella sua isola, così tanti e così stremati, non si sembra intimorita dal loro numero, ma piuttosto dalla loro sofferenza. E, da leonessa, li difende come se fossero i suoi cuccioli. Sa perfettamente che non li può accogliere tutti, sa benissimo che perché non accada più quello che è successo quel terribile 3 ottobre 2013, giorno del naufragio del barcone proveniente dalla costa libica in cui sono morte 366 persone, c’è bisogno della collaborazione di tutti coloro che fanno parte di quell’entità geografica ma anche culturale chiamata Europa.

A volte l’aria sembra tirare in una direzione diversa, ma Giusi non si arrende, continua a chiamare i politici d’Europa alle loro responsabilità e lo ha fatto anche lo scorso 14 gennaio, ritirando il premio. Si è rivolta ai suoi colleghi, perché è a loro che spetta prendere decisioni che disegneranno l’Europa del futuro. Quei politici che, ha ricordato Giusi, “hanno detto ‘mai più morti in mare’, ma poi invece di attivare canali umanitari sicuri, invece di fare gesti di pace almeno smettendo di dare le armi ai Paesi in guerra, hanno chiesto la chiusura di Mare nostrum, l’operazione umanitaria della marina italiana, ritenuta colpevole di salvare troppe vite, ritenuta colpevole di incentivare gli arrivi”.

Negli anni scorsi il riconoscimento in memoria di Simone de Beauvoir è stato assegnato a figure di spicco della letteratura, della ricerca e della mobilitazione per l’uguaglianza e l’emancipazione femminile, tra cui anche, nel 2013, la giovane pakistana Malala Yousafzai, vincitrice l’anno dopo del Nobel per la Pace.

Quest’anno è andato, come ha sottolineato Julia Kristeva, la filosofa franco-bulgara creatrice del Premio, a una donna “che è in prima linea in una tragedia di cui apparentemente alcuni non hanno ancora compreso la portata”.

Una donna che ha capito che  “se i diritti non sono di tutti non sono di nessuno”. E non si stanca di ripeterlo.

Francesca Radaelli

 

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