La libertà: il bene più prezioso

di Marco Riboldi

Le tragiche vicende di questi giorni, con la guerra d’Iran, richiederebbero riflessioni profonde ed ampie di persone esperte di geopolitica, quale io non sono. Non intendo quindi parlare di questa guerra, né sotto il profilo della sua legittimità, né per analizzarne cause, responsabilità e conseguenze: tocca ad altri più competenti.

Però c’è un aspetto che richiama alla mente qualche elemento di riflessione alla portata anche di un non esperto.

L’Iran vive da anni una lugubre dittatura che opprime ogni forma di dissidenza, schiaccia ogni palpito di libertà, delle donne soprattutto, utilizza in modo massiccio la pena di morte. La fine della Guida Suprema e il modo con il quale è stato operato il successivo insediamento del successore meritano qualche parola di commento.

Prendo spunto e occasione per parlare (molto brevemente) del pensiero di un autore che è stato di grande rilievo nella filosofia della scienza e della politica. Mi riferisco a Karl Popper. Viennese di origine ebraica, studiò a lungo i criteri della ricerca scientifica, elaborando il celebre concetto di falsificabilità che mutuò poi in ambito filosofico-politico.

In termini molto semplificati: una ricerca scientifica che pensa di aver raggiunto una verità deve poter indicare quale avvenimento o fenomeno renderebbe quella verità non valida. Se una affermazione scientifica non ha la possibilità di essere smentita non è scientifica, perché non c’è controprova.

Se poi ci sia o no una verità oggettiva, se alcune teorie abbiano o no una coerente logica sono altre tematiche affrontate da Popper che qui non possiamo trattare. Perché Popper estese il suo ragionamento alla politica?

Con l’avvento del nazismo, Popper fu costretto a lasciare l’Austria a causa delle sue origini ebraiche e accettò le cattedre universitarie prima in Nuova Zelanda, poi in Gran Bretagna dove morì nel 1994, all’età di 92 anni. Da tale esperienza trasse l’idea di volgersi alla filosofia politica, sviluppando un pensiero fortemente critico nei confronti dei totalitarismi e diventando un maestro del pensiero liberal democratico del  secolo scorso.

Anche qui semplificando: qual è il criterio ultimo che distingue una democrazia da un totalitarismo? Certo ci sono componenti molto importanti: il voto a tutti, la eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, la certezza circa la propria libertà di pensare e comunicare il proprio pensiero ecc. Ma alla radice di tutto c’è il fatto che in una democrazia i cittadini sanno come cambiare i propri governanti senza bisogno di ricorrere a violenza e spargimento di sangue. Viceversa, nessuna dittatura prevede questa possibilità.

Insomma, in una democrazia il potere è in qualche modo sottoposto al criterio di falsificabilità:  il popolo sa come e quando annullare il governo e sostituirlo con un altro. Come si vede, siamo tornati alla Guida Suprema ( ma potremmo parlare del Grande Timoniere o del Padre dei Popoli o del Duce): in Iran e in molti altri stati non esistono  criterio e metodi riconosciuti per cambiare i governanti senza dover ricorrere a violenza.

Oggi certo la situazione è complicata: basti pensare alla influenza della informazione tecnologicamente avanzata, al ricorso alle falsità spesso indistinguibili dal vero, alle enormi ricchezze mobilitate per salvaguardare il  potere che sia politico o finanziario.

Ma alla fine siamo sempre lì: sappiamo come cambiare chi ci governa? Se rispondiamo sì, siamo in democrazia, se rispondiamo no siamo in un totalitarismo. Di Popper in questa breve descrizione  vediamo solo il lato politico.

Noi sentiamo molto la sfida anche del lato sociale, per cui una vera democrazia deve anche guardare, per dirla con  lo splendido articolo 3 della nostra Costituzione, alla necessità che tutti i cittadini abbiano pari dignità e dunque bisogna affidare alla Repubblica  il compito di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale” che  limitano di fatto libertà e uguaglianza.

E qui, mi appoggio ad un personaggio  che tutti abbiamo amato: “se a me, socialista da sempre, offrissero la più radicale delle riforme sociali a prezzo della libertà, io la rifiuterei, perché la libertà non può mai essere barattata. Tuttavia esse diviene una fragile conquista (…) se non riceverà il suo contenuto naturale che è la giustizia sociale” (Sandro Pertini , discorso al Parlamento dopo l’elezione a Presidente della Repubblica, 9 luglio 1978).

Auguriamoci che la cornice della libertà  diventi sempre più vasta fino a comprendere tutti i popoli.

2 marzo 26

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