di Antonia Sofia Colombo
L’arte di ElendZyma si svela nel suo suggestivo atelier aperto al pubblico. La Madonna rossa che Elend Zyma aveva collocato ai piedi dell’Arengario in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne ora è nello studio del suo autore, nella canonica del Duomo.

Osserva dal suo “altare” Zyma mentre lavora e dà un’occhiata benevola anche ai visitatori che si appassionano alle opere e ai racconti di questo artista albanese, classe 1978, arrivato in Italia da adolescente, laureato con lode alla Nuova Accademia di Belle Arti di Milano.
Zyma domenica 14 dicembre ha aperto il suo ateliera tutti coloro chedesideravano avvicinarsi alla sua arte scambiando opinioni e riflessioni intervallate dalla leggerezza di un simpatico brindisi natalizio.

«Questa Madonna è prima di tutto una donna – ha spiegato l’artista – una madre di tutti noi anche se è rappresentata senza suo figlio. È una donna come tante, con i capelli lunghi che le ricadono sulla schiena».
Zyma ricorda che la statua gli era stata donata dal suo amico don Augusto Panzeri, responsabile della Caritas decanale, già cappellano del carcere. Una statua che aveva dei piccoli difetti. Infatti, era un po’ ammaccata, aveva persino un foro sulla nuca perché, con ogni probabilità, era stata appesa a una parete.

E lui non ha voluto renderla perfetta, l’ha sistemata senza reinventarla, tanto che ha lasciato intatto quel foro che era come un simbolo. Poi ha messo il suo tocco. Ha dipinto la statua di rosso («come il sangue, come il cuore, come la forza, la passione e la resilienza delle donne») e ha disegnato il simbolo “IN” sul petto, sotto le sue mani giunte in preghiera. “IN” come le donne che hanno subito o subiscono violenza e la Ma-donna le proteggerà tutte. Nell’Atelier sono presenti anche alcuni degli oltre cento manichini rossi che sono stati esposti a Monza, a Macherio e a Milano davanti al Pirellone. Presenze silenziose che rappresentano le vittime di violenza, trasformando numeri astratti in corpi concreti. Corpi rossi che diventano «simbolo di vita, rinascita esperanza».

A dipingere i manichini sono stati i ragazzi della scuola Don Milani di Vimercate, del plesso don Saltini di Oreno e del centro educativo Carrobiolo dell’impresa sociale Il Carro, oltre ad alcuni detenuti della casa circondariale di Monza con cui Zyma collabora da tempo. L’artista si appassiona quando parla del suo rapporto con i detenuti.

Ha vinto la loro iniziale diffidenza e li ha invitati ad esprimersi attraverso l’arte. Riscopre una vecchia cartelletta che aveva chiuso con delle manette (un altro simbolo!) ed estrae una serie di disegni, i primi che aveva proposto ai detenuti del carcere di via Sanquirico. «Molti di loro -racconta- non avevano mai preso in mano una matita colorata, un pastello. Qualcuno non sapeva neppure scrivere».

Eppure, stimolati da Zyma, hanno saputo dare sfogo alle loro emozioni, fare emergere il loro vissuto tra segni e colori. Alcuni hanno dipinto le loro mani. Un detenuto cinese ha eseguito un lodevole esercizio di calligrafia con caratteri logografici. Le opere sono state riprodotte su lenzuola usate, un materiale importante per l’artista: un tessuto che non viene buttato, ma riutilizzato per uno scopo artistico. «La stoffa -spiega- era un supporto economico, facile da reperire.

La prima a fornirmi il materiale è stata mia mamma, una volta sarta,che ha raccolto per me scampoli e tagli di tessuti inutilizzati e poi lenzuola che giacevano abbandonate in qualche armadio. In un lenzuolo veniamo avvolti alla nostra nascita o alla nostra morte. Tra le lenzuola si consuma la vita. Lavoro molto su lenzuola usate donate, affidate a me con la consapevolezza, la speranzae la curiosità di vederle portate a nuova vitain una dimensione unica e irripetibile, protagonista quale elemento di sogno che prende forma dopo il viaggio che ha compiuto e si trasforma ancora unavolta, forse per un’ultima volta,e compie il suo destino. L’energia che le lenzuola hanno in sé, la vitadi cui portano l’impronta o di cui sono impregnate è già di per sé un’opera d’arte».


