di Roberto Dominici
Uno dei problemi più urgenti che il nostro pianeta deve affrontare è quello relativo alla carenza di un bene prezioso come l’acqua con il 20 % della popolazione mondiale che non ha più accesso all’ acqua potabile sicura.
Nel 2026 è stato lanciato l’allarme rosso con il rapporto delle Nazioni Unite Global Water Bankruptcy, coordinato da Kaveh Madani, direttore dell’Istituto per l’acqua, l’ambiente e la salute dell’Università delle Nazioni Unite. Madani ha parlato di “bancarotta idrica globale”, una condizione ormai cronica di crisi strutturale, di sovra consumo e degrado causato da infrastrutture inefficienti e da una cattiva gestione. Molte risorse (fiumi, falde, ghiacciai) sono esaurite irreparabilmente, avendo superato i limiti naturali di rigenerazione naturale. Sono sei miliardi le persone che rischiano conseguenze gravissime. In particolare si stima che 2,2 miliardi di persone siano prive di acqua potabile sicura e altri 3,5 miliardi di adeguati servizi igienico-sanitari.
Ancora oggi oltre 1000 bambini sotto i 5 anni muoiono quotidianamente a causa di carenze igienico-sanitarie legate all’acqua. Le cause di questa crisi sono da ricercare nel cambiamento climatico, agricoltura intensiva (70% dei prelievi) e inquinamento. In Italia, oltre il 40% dell’acqua potabile viene sprecato a causa di reti idriche ridotte a colabrodo, obsolete (il 60% ha >30 anni), che disperdono 157 litri al giorno per abitante. Tali perdite, provocano danni strutturali, bollette salate e severi impatti ambientali, specialmente durante i periodi di siccità.
Uno degli aspetti drammatici è che per compensare il deficit idrico, si sfruttano in maniera crescente le falde sotterranee che possono impiegare anche millenni per ricostituirsi. Il risultato è una riduzione costante dell’acqua dolce disponibile per il 75% della popolazione mondiale, con la metà che soffre già di scarsità idrica per almeno un mese all’anno.
Fra gli effetti più vistosi, il calo di livello di metà dei grandi laghi del pianeta, dalla cui acqua dipende un quarto dell’umanità, il ridursi di un terzo della massa glaciale che alimenta fiumi che sfamano e dissetano miliardi di persone, e il disseccarsi di una superficie di zone umide pari a quella dell’Unione Europea. A causa della combinazione fra riduzione delle precipitazioni e aumenti di evaporazione e prelievi, inoltre, decine di grandi fiumi non raggiungono più il mare, e il prosciugarsi delle falde sotterranee fa sprofondare centinaia di città, aprendo la strada all’acqua marina nei pozzi costieri.
A essere colpiti sono soprattutto Medio Oriente, India, Mediterraneo, Sudafrica; a Città del Capo nel 2018 si è reso necessario il razionamento idrico per il rischio di esaurimento totale delle risorse nei mesi successivi, e ancora il Messico e il sudovest degli Stati Uniti, per giungere al caso estremo dell’Iran, dove una prolungata siccità ha fatto ipotizzare persino l’evacuazione della capitale Teheran, contribuendo al malcontento antigovernativo della popolazione.
Per uscire da questa bancarotta, bisognerà fare rapidamente scelte difficili, che proteggano persone, economie ed ecosistemi, perché più sono rimandate, più difficile sarà venirne fuori. Visto che il 70 % dell’acqua è utilizzate per l’agricoltura, questo è il settore che dovrà cambiare più radicalmente, passando a colture meno “assetate” e implementando sistemi di irrigazione più efficienti.
Anche l’industria dovrà fare la sua parte, per esempio riciclando al massimo l’acqua che usa ed evitando di inquinare quella che scarica. Vorrei ricordare anche che l’Intelligenza Artificiale (IA) ha un impatto idrico significativo, consumando miliardi di litri d’acqua per il raffreddamento dei data center. Si stima che entro il 2027 la domanda idrica dell’IA possa raggiungere i 6,6 miliardi di metri cubi. Un singolo data center può utilizzare oltre un milione di litri al giorno, Pertanto serve attuare un programma che permetta di proteggere chi soffre di più per l’attuale carenza idrica mettendo in atto tutte le misure per mitigarla: piccoli agricoltori, popoli indigeni e residenti urbani a basso reddito.
Risulta obbligatorio che ciascuno di noi dia il suo contributo attivo per salvaguardare un patrimonio così prezioso, poiché la risposta non può più limitarsi alla gestione dell’emergenza. È necessario quindi un cambio di paradigma: ridurre i consumi idrici complessivi, aumentare drasticamente l’efficienza idrica in agricoltura, proteggere e ripristinare i boschi che attirano le piogge, i fiumi, laghi e zone umide, e riportare l’uso dell’acqua entro i limiti ecologici del pianeta. Rispettare i planetary boundaries non è un’opzione ideologica, ma una condizione indispensabile per garantire benessere umano, stabilità economica e tutela degli ecosistemi nel futuro.

