L’aurora nel giardino scuro: l’orologio

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di Francesco Troiano – illustrazione di Filippo Carletti

Quarta e penultima puntata del romanzo breve “L’aurora nel giardino scuro”. Ecco le puntate precedenti (1a puntata , 2a puntata , 3a puntata).

PUNTATA 4 – L’OROLOGIO

L’altopiano faceva una curva e, più avanti, portava all’ingresso di un bosco spoglio  dove un cartello “Vena delle trincee”,  ricordava i dati dei caduti nella zona dell’astigiano durante la seconda guerra mondiale:

2353 militari, 599 partigiani, 546 repubblichini, 454 civili.

Gregorio sentì il verso di un animale che non riconobbe. Dentro quel mondo di ordini e proiettili lontani, si guardò intorno sentendosi solo.

Un lontano colpo di qualche cosa (forse dinamite in una cava) era il cannone antico di una remota artiglieria. Gli venne di buttarsi a terra e sentire i polmoni della paura respirare attraverso i muschi del sottobosco.

La “vena” del cartello, gli ricordò le arterie gonfie di cuori ventenni, gettati in un buco ad immaginare quale giorno sarebbe stato l’ultimo. 

Con l’orecchio appoggiato al terreno, gli sembrava di ascoltare il riemergere dei fuochi fatui di milioni di parole, frasi, sogni e desideri soffocati sotto la coltre della polvere da sparo. Vide stagliarsi una specie di castelletto in rovina. Una vecchia postazione in pietra che serviva alla mitragliatrice per spazzolare la fila ininterrotta di castagni e robinie che, allora, corrispondeva alla prima linea nemica.

Restava sdraiato sul fianco, nella medesima posizione del suo dormire, sentendo il fresco del prato rugiadoso salirgli sui fianchi. Udì il lontanissimo grattare di qualche roditore del sottosuolo impegnato nella costruzione del suo lettuccio di foglie morte e radici.

Un refolo di vento freddo gli invase la faccia facendo vibrare un piccolo rumore di carta. Un lembo di foglietto mezzo sotterrato sventolava all’altezza della sua bocca come un uccellino imprigionato.

Si sollevò per guardare meglio. Avvicinò le dita, scavò quanto bastava per sfilarlo dal terriccio e, lentamente, estrasse un foglio sporco con una scrittura fitta e antica.

Una sola paginetta a quadretti. Cercò di stirarne le pieghe e tenere insieme i pezzetti staccati. Le mani tremanti ridistesero con infinita cura il reperto. Mise la mano a tavoletta e appoggiò il foglio come una reliquia. Riasciugò, ripulì ancora. Rischiacciò bene i lembi e le spiegazzature. Provò a capire se la lettura fosse fattibile.                                                                                                      

Ciriè, 14 agosto 1944

Madre cara,

Vi sto scrivendo dalla linea del fronte a ovest delle retrovie di fanteria del Quarto Reggimento.

Dopo la ritirata di Ciriè i fascisti hanno fatto terra bruciata dei compagni partigiani,  e ora, assieme ad altri quattro miei fratelli in armi, Giovanni Sollima, Matteo Scalandra, Carlo Pirani e Tino De Vincenzo, aspettiamo la nostra ora.

Domani mattina verrano a prenderci. Siamo stati condannati alla fucilazione Madre cara. Raggiungerò il papà in cielo, e insieme a lui proteggeremo Voi e il caro fratellino Andrea.

Vi prego di non affligervi, sento di affrontare questa prova suprema nella serenità di avere compiuto il mio dovere per la Patria.

Fate una preghiera per me. Vi lascio un bacio da unire al piccolo Andrea.

Addio

Vostro Michele

 

Lentamente, Gregorio, ridistese per terra la mano che teneva il foglietto antico.

Stette così. Fermo.

I pensieri erano uno sciabordio di piccole onde del mare sulla battigia.

In quel preciso istante, il cielo divenne bianco di neve e la neve iniziò a cadere come un miracolo.

Gregorio si mise in tasca il foglietto e iniziò a camminare sotto i cristalli silenziosi di aprile che sapevano di Natale. 

Un cagnolino familiare e saltellante comparve sulla distesa bianca. Era Belbo che, come un cane da tartufi, si mise a grufolare in un punto preciso.

Scavò la neve fresca e il terriccio sotto stante e addentò la sua preda. Dal fondo del piazzale, comparve Cesare che lo chiamò.

Belbo…cos’hai trovato?”

Vestito esattamente come a Crea, staccò dal morso di Belbo l’oggetto e se lo mise in tasca.

“Buonasera Gregorio. Allora? Come vanno le ricerche?”

“Buonasera Cesare. Mah. Non so che dirle”…

Si spostarono vicino a una baita disabitata, riparandosi sotto la sporgenza del tetto, ma la neve si era intensificata.

“Signor Gregorio, io ho una cosa da darle. E anche lei ha una cosa da darmi”.

“Cioè?”

“Michele Lanfranchi, il ragazzo partigiano della lettera che ha in tasca, era il figlio di una amica carissima ancora vivente…”

“Gliela vuole consegnare…”

“Si, glielo devo”

Gregorio, senza fare altre domande, estrasse il foglio e lo porse allo scrittore.

“Grazie Gregorio. Ora possiamo darci del tu…”

“E’ un onore…”

“Lascia perdere l’onore… solo perché hai scoperto chi sono? L’hai conosciuta “A livella” di Totò?”

“Sì…”

“Ecco, quindi fai il bravo. Ah, stavo dimenticando: questo è tuo. Anzi, di tuo padre. Evidentemente, è passato da queste parti.”

Cesare aveva estratto dalla tasca la preda di Belbo, il Rolex dell’Antonio.

“Grazie Cesare. Volevo dirle… ehm… volevo solo dirti che il tuo libro “La casa in collina” lo ricordo ancora… Mi è piaciuto tantissimo. Insomma… Volevo dirti grazie, per la tua arte…

“E io ringrazio te, per la tua… e… ricordati quello che ti ho detto dell’orologio.”

Gregorio aveva, per un attimo, distolto l’attenzione per pulirsi dalla neve, ma Cesare e Belbo erano già svaniti nell’aria bianca e fredda di quel luogo.

I battenti dell’unica finestra della baita sembravano scostati. Provò a tirarli senza fare forza, e si aprirono. I vetri erano praticamente aperti.

Saltò in un tinello con l’arredamento montanaro. Tirò fuori il suo sacco a pelo e si buttò su una poltroncina accanto alla stufetta sprofondando nei sogni senza accorgersene.                                                                                                                                                                                      

29 aprile 2019  ore 6,30

Gregorio girava e rigirava nella mano quel vecchio Rolex, il quadrante bianco avorio, il cinturino di coccodrillo. Vide la lancetta delle ore spostarsi autonomamente come quella di una bussola. Camminava in una direzione e la lancetta gliene indicava un’altra. Provò a seguirla, e si accorse che la stradina presa s’intersecava con un cartello segnaletico:

TORINO-BARDONECCHIA A32 – OSPEDALE DI SUSA

Per la prima volta, decise di fare l’autostop.