Le parole di Aldo Moro e un’altra idea di giustizia

di Francesca Radaelli

Da una parte la lotta armata, il conflitto, l’odio ideologico. Dall’altra un’idea di politica volta alla conciliazione e al dialogo per il bene comune. Un dialogo impossibile, quello tra Aldo Moro e i suoi carnefici. Una riconciliazione possibile, oggi, tra i responsabili della lotta armata degli anni di piombo e le vittime, attraverso gli strumenti della cosiddetta “giustizia riparativa”. Questi i temi della serata organizzata dall’Associazione Amici del Dialogo al Teatro Binario 7 di Monza lo scorso 14 maggio.

Foto di Giovanna Monguzzi

In un teatro pieno – l’appuntamento ha registrato il sold out – il sipario si è alzato sulla lettura scenica “Il pensiero contro le armi: l’attualità del Memoriale di Aldo Moro”, opera del giornalista direttore del Dialogo di Monza Fabrizio Annaro, dedicata al pensiero del presidente della Democrazia Cristiana, sequestrato il 16 marzo 1978 in via Fani a Roma e tenuto prigioniero dalle Brigate Rosse per 55 giorni. Il 9 maggio, giorno in cui i terroristi fecero ritrovare il suo corpo in via Caetani, si celebra la giornata in memoria delle vittime del terrorismo.

Guido Garlati sul palco. Alle sue spalle, un’immagine di Aldo Moro. Foto di Giovanna Monguzzi

Il Memoriale di Aldo Moro: uno scritto profetico

E proprio a ridosso di questa ricorrenza le parole di Aldo Moro sono diventate protagoniste sul palcoscenico, grazie alla lettura di alcuni brani del Memoriale scritto dallo statista democristiano durante il periodo di prigionia. Un documento denso, complesso, dalla storia rocambolesca e anche misteriosa, su cui Fabrizio Annaro, insieme a Guido Garlati, attore e regista dello spettacolo, ha voluto accendere i riflettori. Il Memoriale di Moro – e questo a un certo punto appare chiarissimo al pubblico in ascolto – contiene parole sorprendentemente profetiche rispetto a tante questioni di strettissima attualità: dall’autonomia dell’Europa ai rapporti con il Medio Oriente, dalla critica del consumismo all’importanza di ascoltare le istanze dei giovani.

Il Caso Moro: una ferita nella Storia d’Italia

Attraverso le voci di Fabrizio Annaro e Guido Garlati – integrate dalle foto, dai suggestivi disegni e dalle parole che scorrono sullo schermo alle loro spalle – sulla scena viene ricostruito il contesto del “Caso Moro”. La pesante atmosfera degli anni di piombo, la “rivoluzione” del compromesso storico, le dinamiche di politica interna e politica estera. Ma anche i sospetti e le teorie enunciate “a posteriori” su chi abbia davvero voluto la morte di Aldo Moro, al di là degli esecutori materiali del suo omicidio. E, in mezzo a tutto, questo le parole del Memoriale di Moro, lette dall’attore Fabrizio De Giovanni, voce fuori campo, si stagliano nette, e vibrano in maniera intensa e solenne: delineano una visione lucida e potente, in grado di parlare al futuro.

Proprio con questo obiettivo i creatori dello spettacolo lo stanno proponendo nelle scuole, perché il pensiero di Moro possa attraversare la Storia e arrivare anche agli studenti di oggi, spesso poco consapevoli della ferita rappresentata dall’uccisione di Aldo Moro per l’Italia degli anni Settanta.

Fabrizio Annaro

La giustizia riparativa: un’idea rivoluzionaria

Ed è dall’idea di provare a “ricucire” una ferita che oggi prende le mosse il concetto di giustizia riparativa, a cui è stata dedicata la seconda parte della serata. Introdotto e condotto dal giornalista Laurenzo Ticca, questo momento ha permesso al pubblico in sala di ascoltare le testimonianze di Ernesto Balducchi, ex membro della lotta armata, e Giorgio Bazzega, figlio del maresciallo Sergio Bazzega, ucciso dal brigatista Walter Alasia il 15 dicembre 1976. Entrambi sono oggi protagonisti attivi di percorsi di giustizia riparativa.

Da sinistra: Ernesto Balducchi, Laurenzo Ticca, Giorgio Bazzega. Foto di Giovanna Monguzzi

Ma cosa si intende con questo termine?

“La giustizia riparativa mira a una riconciliazione”, afferma Laurenzo Ticca introducendo i due ospiti. E cita il percorso di Agnese, figlia di Aldo Moro, che a un certo punto della sua vita arriva a incontrare Franco Bonisoli, uno dei brigatisti responsabili dell’agguato di via Fani, e a instaurare con lui un rapporto fatto di dialogo, confronto. “Chi di voi al suo posto lo avrebbe fatto?” chiede il giornalista al pubblico.

“Quando si parla di giustizia, spesso si pensa poco alle vittime”, sottolinea Ticca. “Il processo si concentra sul reo, la vittima viene dimenticata. Agnese Moro ha raccontato del proprio dolore, che è cresciuto nel tempo, nel silenzio. Un dolore che rischiava di far deragliare la sua esistenza minandola dall’interno, come un insetto catturato nell’ambra, come dice la stessa Agnese Moro. I percorsi di giustizia riparativa offrono alla vittima la possibilità di uscire da questo silenzio, attraverso l’incontro, la discussione, il confronto”.

La storia di Ernesto Balducchi

Il primo a parlare, dei due ospiti, è Ernesto Balducchi: negli anni Settanta è un ventenne che ha studiato a Monza e lavora come operaio, come tanti giovani decide di alimentare i propri ideali entrando nella lotta armata. Arrestato, viene condannato a 10 anni di reclusione. Inizia la sua testimonianza citando le parole di Pepe Mujica, ex presidente dell’Uruguay morto pochi giorni fa, in consonanza con quelle di Aldo Moro: “I veri cambiamenti nascono dalla speranza, dal lavoro condiviso e dalla capacità di affrontare uniti le avversità”.

“All’epoca la pensavo diversamente”, esordisce Balducchi, raccontando la propria storia: inizia a far politica con le lotte studentesche del 1968-69, al momento del colpo di stato in Cile nel 1973 e di fronte alle stragi di piazza Fontana e di piazza della Loggia si convince che il pericolo di qualcosa di simile possa esserci anche in Italia: di qui la convinzione di tanti giovani come lui che sia necessario organizzarsi, armandosi militarmente, per fronteggiare questa minaccia. Ricostruisce il clima di paura e scontro, presente anche a Monza, la scelta di entrare nella lotta armata, e poi l’arresto e la nuova prospettiva di passare la vita in carcere.

La consegna delle armi al cardinal Martini

“Dentro il carcere ho cercato di far maturare una nuova presa di posizione, quella dell’abbandono delle armi”, racconta. “In più di 200 imputati, a Milano, con un documento abbiamo dichiarato l’abbandono della lotta armata, assumendoci la responsabilità dei fatti che ci erano contestati e delle vittime. Chiedevamo che le condanne che ci aspettavamo servissero a qualcosa. Abbiamo sempre avuto come obiettivo agire per una società migliore, per questo chiedevamo che le nostre condanne fossero declinate in lavoro socialmente utile. Dallo Stato abbiamo ricevuto un trattamento simile a quello delle proposte di Moro, ma abbiamo trovato un interlocutore nel cardinale Carlo Maria Martini”. Per questo nel 1984 le armi, che lo Stato chiedeva di consegnare, furono fatte arrivare in Arcivescovado.

La responsabilità verso le vittime

Una volta scontata la sua condanna, Balducchi viene a sapere che ci sono delle persone, delle vittime disposte a parlare con lui e i suoi compagni di lotta armata. “Questo mi ha colpito. Ho capito che la condanna che avevamo scontato noi, a loro non aveva reso nulla. Ciò che avrebbero dovuto ottenere da noi sarebbe stato piuttosto una presa di coscienza e assunzione di responsabilità nei loro confronti. Ancora non era stato elaborato il concetto di giustizia riparativa, però avevamo il concetto di giustizia: se non c’è assunzione di responsabilità da parte di chi fa il danno verso qualcun altro non c’è giustizia. La giustizia si realizza quando ci si reintegra nella società, lo dice la Costituzione. La prima persona che deve accertare questo è la vittima”.

Foto di Giovanna Monguzzi

La storia di Giorgio Bazzega

Giorgio Bazzega aveva tre anni quando suo padre, maresciallo dell’antiterrorismo, venne ucciso durante un’operazione. “Col tempo reagii davvero male, al punto da convincermi che avrei dovuto vendicare mio padre, uccidendo Renato Curcio a mani nude”, racconta. “Mio padre era un uomo convinto che i corpi di polizia dovessero essere addestrati all’uso del dialogo più che all’uso delle armi, un poliziotto convinto che bisognasse trattare umanamente tutte le persone, consapevole che non esistono mostri, ma persone che fanno delle scelte. Invece io per anni mi sono trascinato tra dipendenze, violenza, rabbia, odio, fino al punto da pensare di farla finita. E’ stato proprio a quel punto che ho capito che dovevo far pace con la mia storia. Non ho mai avuto un momento di serenità finchè non ho iniziato il percorso di giustizia riparativa”.

Da sinistra Laurenzo Ticca e Giorgio Bazzega

L’incontro con Manlio Milani

Bazzega, emozionato, racconta il momento della sua “conversione”, quando in un incontro a cui partecipano altre vittime del terrorismo prende la parola Manlio Milani, che ha visto la moglie morire davanti a lui a piazza della Loggia. “Ascolto quest’uomo, che dice di sentirsi in parte responsabile, per aver accettato la logica della violenza e dello scontro durante i conflitti ideologici di quegli anni. E rimango sconvolto. Fino ad allora io portavo avanti discorsi arrabbiati, predicavo che il vero ergastolo lo vivono solo le vittime. Invece ora ho capito che il dolore, in un conflitto, sta da tutte le parti non solo quella della vittima. E’ in quel momento che mi sono reso conto che responsabilizzarsi era la strada giusta per rendersi protagonista attivo della propria storia”.

Giorgio Bazzega accetta quindi la proposta di partecipare al percorso di giustizia riparativa che gli propone lo stesso Milani. “La prima cosa che ho detto, quando per la prima volta mi sono trovato di fronte ad alcuni responsabili della lotta armata, è stata che li volevo ammazzare tutti. Questo per dire che giustizia riparativa non è quel concetto di perdono edulcorato e  superficiale a cui siamo abituati. La definisco piuttosto un prendersi per mano tra chi ha agito e chi ha subito un conflitto e l’attraversare il dolore causato da quel conflitto senza farsi nessuno sconto”.

L’obiettivo è uscire responsabilizzati e emancipati da quel dolore. “Per la prima volta nella mia vita mi sono sentito riconosciuto, ho visto che qualcuno mi guardava e mi vedeva, capiva quello che avevo dentro e lo trattava col rispetto e la delicatezza che nessuno aveva mai avuto, anche tra chi parlava a nome delle vittime”.

Da sinistra: Ernesto Balducci, Fabrizio Annaro, Laurenzo Ticca, Giorgio Bazzega. Foto di Giovanna Monguzzi

 Un percorso di cambiamento

La giustizia riparativa, dice Bazzega, è fatica. “può portare a un cambiamento che comporta un tradimento di se stessi, di quello che si era. “Io mi sono aggrappato ai valori di mio padre”, rimarca. E’ stato un percorso lungo, iniziato nel 2008, fatto di dubbi, scogli e battute d’arresto ma che lo porta alla fine a liberarsi dalla “vera dipendenza”, quella dall’odio.

“Sono convinto che sia questa la vera giustizia. Nei processi, l’obiettivo è ricostruire la verità ed emettere una sentenza, ma il tribunale non aiuta a fare i conti con quello che rimane. Invece io ho incontrato un percorso che non è un perdono superficiale che cala dall’alto, mantenendo una netta separazione tra chi è ‘buono’ a chi è colpevole, ma che riesce a riequilibrare le parti. La giustizia riparativa non fa tornare tutto come prima, ma permette di rimettere insieme i cocci e ricostruire qualcos’altro di bello”.

Ora Giorgio Bazzega, dopo un lungo percorso di formazione, lavora come mediatore di giustizia riparativa a Parma, Piacenza e Reggio Emilia, soprattutto nell’ambito della giustizia minorile. “La prima volta che mi sono seduto sulla sedia da mediatore, mi è sembrato il posto più comodo dove mi sia mai seduto nella mia vita. Ora mi sento un uomo realizzato, equilibrato, felice. Grazie alla giustizia riparativa sono riuscito a diventare un uomo che, quando lo guardo allo specchio, mi piace tantissimo!”

Fabrizio Annaro e Guido Garlati. Foto di Giovanna Monguzzi

Ascolto, confronto, reciproco riconoscimento. Sono i valori alla base delle parole scritte da Aldo Moro nel Memoriale. Valori rifiutati dai suoi carcerieri, accecati dall’ideologia, ma anche dal mondo politico fautore della “linea della fermezza”. Valori molto simili a quelli che oggi sembrano nutrire una nuova idea di giustizia. Un’idea percorribile, come mostrano storie di Ernesto Balducchi e Giorgio Bazzega.

L’iniziativa, promossa dall’Associazione Amici del Dialogo si è svolta in occasione della Giornata in Memoria delle Vittime del Terrorismo e vede il sostegno del Comune di Monza e della Fondazione  della Comunità di Monza e Brianza.

Hanno aderito:

Caritas Monza

Associazione Carcere Aperto

Movimento Adulti Scout Italia

Rete Generazione Senior

Associazione Culturale Novaluna APS

Associazione Zefiro

Monza Ambiente Solidarietà

 

Il Pensiero contro le armi. l’attualità del Memoriale di Aldo Moro

Opera di Fabrizio Annaro

Il pensiero contro le armi_l’attualità del memoriale di Aldo Moro TUTTI I DIRITTI RISERVATI opera di Fabrizio Annaro

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