di Francesca Radaelli
Le parole del giovane Hitler, nude e pure. Senza commenti, spiegazioni o note a piè di pagina. Sono loro le terribili protagoniste di Mein Kampf, lo spettacolo di Stefano Massini in scena al Teatro Manzoni di Monza in questi giorni.
I nazisti, autori di roghi di libri, erano essi stessi un libro, ricorda nel prologo lo scrittore Emil Erich Kästner, autore di libri per ragazzi, costretto ad assistere in prima fila al rogo di libri del 1933 in Opernplatz, a Berlino. Il libro da cui prese corpo il nazismo è proprio il “Mein Kampf”, “La mia battaglia”, dettato in carcere da Adolf Hitler nel 1924: le parole scritte in questo libro non sono semplice inchiostro, sono fatti, dice Kästner.
Parole talmente pericolose che, dopo la fine del nazismo, in Germania il libro è stato vietato fino a 10 anni fa: solo nel 2016 ne è stata consentita la diffusione.
Provare a cancellare le parole del Mein Kampf, per paura che possano risorgere, oppure obbligarci ad ascoltarle, per poterle riconoscere? E’ il dilemma in cui ci si trova, di fronte a un libro così controverso. Massini sceglie la seconda strada e, calandosi nei panni – o meglio nelle parole – del giovane Hitler, sale sulla grande pagina bianca collocata nel centro del palco.
E per un’ora e più quelle parole risuonano e si manifestano in tutta la loro potenza e drammaticità, accresciuta dai gesti sempre più enfatici di quel giovane ragazzo nato a Braunau sull’Inn, in Austria, e fuggito prima a Vienna e poi a Monaco per evitare la vita ordinaria e anonima a cui si sente condannato. Dorme negli ostelli dei poveri, è costretto a fare il pittore per guadagnare 100 marchi al mese: la società lo condanna a vivere in povertà.
“Non voglio diventare un impiegato”, ripete però Hitler, inorridito dal mondo borghese, dalle vite imbalsamate delle persone che vede intorno a sé. Guarda con disprezzo le masse di uomini resi curvi, dice, “da Gesù Cristo e da Marx”, privati della capacità di ergersi nella loro grandezza. E dall’alto piombano a terra un cappello, una valigia, un cappotto, delle scarpe: l’abito della borghesia, non solo ebraica, il simbolo dell’odiato “sistema”. Hitler lo calpesta con forza. Una scelta registica di fortissimo impatto: le parole hanno conseguenze reali.
Dopo la guerra, esaltata in quanto “selezione”, il giovane Hitler vede il popolo tedesco umiliato dalla sconfitta: “Vi serve una guida, un Führer”, dice. Una parola che risuona come un monito. Il pubblico sa quali saranno le conseguenze.
Hitler si chiede chi sia il parassita che, penetrando e diffondendosi nella società, ha ridotto il grande popolo tedesco a vivere umiliato. Anche se la parola non viene mai pronunciata, il pubblico sa che il parassita è l’ebreo, e sarà lui il capro espiatorio. Ma il pubblico sa anche che parole simili non sono state cancellate: oggi il parassita è l’immigrato, la minaccia è la “sostituzione etnica”.
Hitler si scaglia contro gli autori dei libri che trova sugli scaffali della biblioteca, dai cognomi ebraici, che tolgono spazio ai tedeschi. “Non sono i nostri nomi!”, urla. E dall’alto cadono libri veri. Poi cadono pezzi di vetro, in una pioggia fragorosa. Di nuovo: le parole sono fatti. Le parole del Mein Kampf hanno conseguenze reali.
Proprio questa è la risposta alla domanda che nel corso del monologo ritorna martellante: “Da dove si inizia per cambiare la storia? Da dove si inizia per cambiare tutto?”. Si inizia dalle parole, è la risposta, le parole scritte in un libro, ma soprattutto le parole che alla fine Hitler riesce a trovare la forza di pronunciare di fronte a un pubblico, in una riunione del Partito tedesco dei lavoratori a Monaco. Sono parole potenti, che parlano alla paura, alla disperazione, alla voglia di riscatto delle persone, piegate dalla crisi economica, dalla sconfitta in guerra, bisognose di una nuova guida. E che riescono a conquistare sempre più persone.
A lungo invidioso verso chi può vedere il proprio nome stampato sui giornali o sui manifesti, Hitler trova le parole capaci di far sì che, negli anni successivi, sia il suo nome a sostituire tutti gli altri, ad essere acclamato dalle masse, a poter trasformare quelle stesse parole in fatti.
Sono parole che fanno rabbrividire quelle che si ascoltano nel monologo pronunciato da Massini-Hitler. E’ facile riconoscervi le basi per le atrocità che il nazismo sarà capace di compiere. Ma nelle parole pronunciate dal giovane Hitler si riconosce anche qualcos’altro: molte somigliano ai messaggi lanciati oggi da più parti, in Europa e non solo, e con strumenti assai più pervasivi rispetto a quelli della propaganda di inizio Novecento.
Proprio questo era l’obiettivo dello spettacolo: far risuonare le parole del Mein Kampf, in modo da poterle riconoscere.
Obiettivo raggiunto, a giudicare dal lunghissimo applauso che accoglie la fine dello spettacolo, con il pubblico che si alza in piedi. Un applauso che è tutto per Stefano Massini, autore e interprete magistrale del monologo, reso ancora più incisivo dalla scenografia semplice ma di grande impatto (la piattaforma-pagina bianca) e dagli effetti scenici potenti, primo fra tutti la sonora caduta degli oggetti sul palco.
Che restano lì, conseguenze irrimediabili delle parole scritte e pronunciate da un giovane che riuscì convincere un popolo intero della necessità di combattere “la sua battaglia”.

