Il nemico non esiste

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futa3Nel mezzo delle mille colline che abitano la Toscana, una, immersa in un silenzio atavico, si distingue per un disegno atipico che la percorre misterioso. Una spirale di pietra, centripeta e ascendente, culmina con una  specie di vela, anch’essa di pietra, che si innalza verso il cielo. Tutt’attorno,trentamila-seicento-cinquanta-tre lapidi, marcano la tragedia di altrettante storie di vita che non è stata, vita mancata lasciata fra i prati e le conifere della dolce Toscana.

Arrivo un po’ per caso sul punto più alto del Passo della Futa dove, dagli anni sessanta, sorge il Sacrario dei soldati tedeschi caduti sulla Linea Gotica nelle ultime fasi della seconda guerra mondiale.

Quello che trovo è uno spazio insolito e un po’ ermetico. Entrando, salendo lungo il tracciato in pietra, scorgo appena quelli che sembrano libri aperti stesi sul prato, lapidi distese a terra, quasi a non voler disturbare il paesaggio, delicate e discrete le vedo di continuo.

Nemmeno il tempo di capire che sono divise in campi regolari e già ne intuisco la quantità. Trentamila-seicento-cinquanta-tre. Mi gira la testa e non so capirne il perché. Forse il silenzio, l’incedere a spirale, l’infinito numero di nomi che non so leggere, appaiono ai miei occhi increduli. Sono più di trentamila nemici.

Quelle serie di consonanti che non so pronunciare sono la rappresentazione grafica di ciò che da tutta la vita identifico come il nemico. Il male assoluto. Il nemico sono, trentamila ragazzi di vent’anni o nemmeno, schiacciati fra le forze alleate e le brigate partigiane, annientati sul finire di una guerra di cui, forse, non ne capivano nemmeno il motivo. Che nessuno mai, fra i morti in guerra, ne capisce il motivo.

Così come il vento di Toscana, ora anche i miei pensieri, scivolano liberi e veloci sopra questa collina  e sono li a suggerirmi; che il nemico non esiste, che pietà e fratellanza sono la sola legge che deve governare il mondo, che il sangue assorbito dalla grassa terra senese, ha lo stesso vivo colore di quello che ha colorato il mare della spiaggia di Ohama Beach, che con ogni umano ucciso si uccide un po’ di umanità.

Il nemico peggiore, il più feroce, è quel virus letale che ci invade e annienta la nostra umanità sostituendola  con il pregiudizio, la paura, il vuoto.

Ora il silenzio mi avvolge come un caldo mantello. Ora capisco il senso di questo immenso cimitero adagiato silenzioso a confondersi col paesaggio. Chi l’ha immaginato e costruito non deve aver avuto nessuna voglia di glorificare il sacrificio o magnificare l’eroismo dei caduti. Mi piace pensare che la volontà sia stata solo quella di “fare silenzio” per poter ascoltare l’enorme rumore che cresce dentro di noi quando i numeri astratti della storia si fanno materia, carne e pietra.

Il rumore  della contraddizione e del dubbio, che ci interroga e stride con le nostre civili convinzioni, coi nostri recinti, reali e mentali.

Esco pensieroso e arricchito come quando si è posti davanti alle grandi contraddizioni della vita e non posso non osservare un dettaglio che apre il mio umore. Volgendo lo sguardo, qua e là, appoggiati su qualche lapide, a distanza di settant’anni, fiori freschi.

Enzo Biffi

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