Perché leggere Boccaccio durante il Coronavirus

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di Vladislav Karaneuski

In questi giorni di Coronavirus e di quarantena, alla quale siamo tutti più o meno forzati, dovremmo cercare di rispolverare quei vecchi mattoni rimasti per anni nelle nostre librerie, sotto la coltre della polvere e della nostra pigrizia.

Uno di quei mattoni, anche un po’ in tema col virus, è di certo il Decameron di Boccaccio. Un’opera che tutti abbiamo affrontato almeno una volta nella vita e che forse potrebbe essere, in questo momento, oggetto di attenta rilettura.

Perchè il Decameron, in questo senso, un po’ come tutta la letteratura, ci dà un modello di vita, un modello comportamentale, in linea forse col significato ultimo della letteratura, ossia quello di insegnarci i sentimenti e l’umanità.

D’altronde lo scenario che si apre già nelle prime pagine d’introduzione è uno scenario apocalittico, di una Firenze devastata dalla peste e dalla disperazione.

Ma forse la peste non è nulla. Più che altro è il mezzo della tragedia, più che la tragedia in sé.

Perchè in realtà, ciò che Boccaccio sottolinea nell’introduzione non è tanto un discorso sulla tragicità della pestilenza, quanto le sue conseguenze sulle persone.

E oltre alla morte, allora, la peste porta anche un certo individualismo, che molto spesso, portato agli estremi, diventa una forma di brutale disumanità.

E la disumanità raccontata dal Boccaccio è quella di coloro che abbandonano i propri cari a crogiolarsi nella malattia, per paura di contrarre il virus. E allora ci sono nonni che abbandonano nipoti, mariti che abbandonano mogli e genitori che abbandonano i figli piccoli.

Insomma si perde l’essere uomini e si passa allo stato animale, con tutti i suoi istinti da soddisfare. E quello primario è di sicuro quello della sopravvivenza.

Contrapposto a ciò però c’è un altro mondo, quello dei dieci fanciulli che si rifugiano in una loro, diremmo oggi, ”quarantena volontaria”, lontani dalla città di Firenze e dalla sua disperazione.

Nastagio degli Onesti (giornata quinta, novella ottava) – tempera su tavola di Sandro Botticelli databile al 1483 e conservato nel Museo del Prado di Madrid

E ciò che si apre è uno scorcio di vita, di luce, di speranza, in un contesto buio, del grigiore pestifero della morte. E sembra, tra le righe, di sentire quel raggio di luce mattutino delle campagne della Toscana, toccare e sfiorare dolcemente il nostro viso.

Ed è un qualcosa di meraviglioso, di dolce, soprattutto quando appare dopo la tragedia, quasi fosse un arcobaleno che si palesa appena il cielo si fa chiaro e le nuvole non hanno più nessuna goccia da piangere.

Ed è così che Boccaccio ci racconta il dolore e la speranza, il buio e il suo opposto, la luce. Un tutto che vive di contrasti e di rapporti di antitesi, quasi volendo spiegare la stranezza e l’ignoto della natura umana, buona e dannata allo stesso momento.

Così Boccaccio parla dell’uomo nelle sue due forme, quella del bene e quella del male. E ci fa comprendere che cosa sia il male per poter spiegarci davvero il bene.

Una lezione che a distanza di secoli non perde i suoi effetti, perchè la natura umana è sempre la stessa, immutabile e sempiterna.

Così, il senso di leggere il Decameron, nel mentre di questa peste i giorni nostri, dovrebbe farci riflettere e farci agire di conseguenza. Dovrebbe non farci assaltare i supermercati, in preda a quello stesso individualismo di cui si parlava prima, ma renderci più solidali tra di noi e unirci per superare anche questo momento.

E allora stiamocene a casa, e leggiamoci questo bel libro. Tanto avremo tempo per uscire e per tornare alla normalità.