di Francesca Radaelli
La religione può essere il sentiero per realizzare il nostro desiderio di felicità? E’ la domanda guida degli incontri del percorso formativo di quest’anno promosso da Caritas Monza, intitolato proprio “Desiderio di felicità”.
“Credere è gioia”, ha affermato Antonietta Potente, nel terzo incontro del percorso. Eppure, è un fatto che in tutte le epoche storiche, compresa quella contemporanea, in nome della religione si siano combattute guerre sanguinose e in nome di Dio siano state uccise persone appartenenti a credi o popoli diversi.
Nel corso del quarto appuntamento della rassegna ospitata nella biblioteca del Carrobiolo, lo scorso 27 aprile, proprio su questa contraddizione si sono soffermati il giornalista Roberto Beretta e il filosofo Stefano Alfonsi che ha provato a indicare una “via d’uscita”: la strada del dialogo interreligioso.
“Se la religione è un messaggio di amore, che vuole realizzare una civiltà di fratellanza, può perseguire i suoi fini attraverso la guerra?”, chiede Fabrizio Annaro in apertura, introducendo il tema della serata. “Le ultime guerre, che hanno coinvolto Stati Uniti, Iran, Israele, sono anche fatte in nome di Dio. Ognuno degli Stati coinvolti porta Dio dalla propria parte”.
Che cos’è il fondamentalismo
Per entrare nel cuore della questione, Roberto Beretta si è soffermato sulle caratteristiche e la storia del concetto di “fondamentalismo”, parola spesso associata all’aggettivo “islamico”, ma in realtà, ha spiegato il giornalista, nata in ambito protestante alla fine dell’Ottocento: “L’idea era quella di difendere la fede evangelica, la fede protestante, dagli assalti della modernità che all’epoca erano individuati soprattutto nell’evoluzionismo di Darwin e nel metodo storico-critico dell’esegesi che stava nascendo proprio allora”.
Poi il “fondamentalismo” è sconfinato e passato in altre confessioni: dal fondamentalismo islamico associato nell’immaginario collettivo all’attentato alle Torri Gemelle, ai fondamentalismi oggi attualissimi che si riconoscono in campo ebraico e anche cristiano, con la celebre benedizione al presidente Trump da parte dei pastori e pastore evangeliche americane. “In realtà il fondamentalismo diventa particolarmente aggressivo soprattutto quando le religioni vanno in crisi”, spiega Roberto Beretta, “perché è una manifestazione soprattutto difensiva e quello odierno è appunto un momento di crisi delle religioni”.
Come riconoscere però il fondamentalismo nei discorsi religiosi?

Le caratteristiche del fondamentalismo
“La prima caratteristica”, afferma Roberto Beretta, “è la lettura letteralista delle Scritture, ritenute sempre infallibili e assolute, quasi storiche nella loro espressione. Un altro tema caratteristico è la difesa della tradizione, anche questo è un altro carattere che possiamo riconoscere anche nostro, cristiano. Però bisogna sempre considerare che si tratta di una ‘tradizione’ selettiva, che sceglie alcuni aspetti ad hoc, che fanno comodo proprio agli ambienti integralisti, escludendone molti altri”.
Un’altra caratteristica tipica dei fondamentalismi è il contrasto alla modernità, considerata un pericolo: “Non è un caso che uno dei momenti più forti del fondamentalismo cattolico è stata la lotta contro il modernismo all’inizio del secolo”.
Quindi, la tendenza al manicheismo, “cioè a dividere il mondo in buoni e cattivi, addirittura in eletti e reprobi. E qui”, aggiunge Riberto Beretta, “basta guardare i post del presidente americano”, ma anche le discussioni aggressive e polarizzate sui social network.
Altra caratteristica è la tendenza al millenarismo e le paure legate al futuro: “Questo è cruciale, soprattutto in un momento come il nostro, dove viviamo tutti nell’incertezza. E su questa incertezza, su queste paure, più o meno consce, spesso si interviene per manovrare i nostri pensieri”. Infine fanno parte del fondamentalismo l’organizzazione autoritaria e l’ostentazione dell’appartenenza anche, per esempio, attraverso simboli o divise.
“Allora, nella mia esperienza in ambito cattolico, mi sono fatto l’idea che il fondamentalismo sia comunque un peccato originale di ogni religione”, riflette Roberto Beretta. “È un seme che è dentro tutte le religioni, anzi, è dentro il concetto stesso di religione, perché la religione è il momento in cui il sacro, la spiritualità, si istituzionalizza. In quel momento diventa una ‘gabbia’, che ha degli aspetti positivi, perché certamente ci dà dei confini, dei supporti, delle certezze. Ma ha anche degli aspetti negativi: ci chiude, ci obbliga, ci costringe e nei casi estremi ci porta addirittura ad essere violenti contro gli altri”.
La religione: uno strumento umano
Per Roberto Beretta la religione è uno strumento umano. Probabilmente necessario, nel caso del cristianesimo, ad esempio, per far giungere a noi il messaggio di Cristo. “Ma in tutti i miei strumenti umani vedo il positivo e il negativo. Vedo anche quali sono i pericoli di questo strumento. Il problema è che noi cattolici questo rischio non lo vediamo. Non siamo stati educati a vedere il rischio della religione, anzi siamo stati educati a pensare la religione come “nostra” e “santa”.
Due aggettivi molto rischiosi: “Santa, perché se tu reputi santa la tua religione, anzitutto non hai lo stimolo a pensare quali possono essere i rischi, i pericoli a cui vai incontro assolutizzandola. Anche ‘nostra’ è un aggettivo pericoloso, perché è esclusivo di tutte le altre religioni, di tutte le altre esperienze, di tutte le altre spiritualità”. Di qui il motivo per cui il fondamentalismo può essere considerato un peccato originale di tutte le religioni: “Perché ha dentro l’idea del possesso della verità, di un’unica e assoluta verità”. La verità non viene più considerata come una meta, un cammino, una ricerca da parte di individui limitati quali noi siamo, ma come una certezza che possediamo già.
Il pericolo della “disumanità”
“E pensare di avere una verità assoluta rischia di portare alla disumanità, cioè alla non accettazione del proprio limite. Non ho più bisogno di cercare, io ho il mio porto sicuro, la mia certezza assoluta, non ho bisogno di confrontarmi, di avere dialogo con altri, perché io so già qual è la mia verità e ce l’ho tutta. Abbiamo grosse difficoltà ad accettare di ‘essere su una strada’ e di essere un po’ relativisti, fluidi, incerti. Sono parole assolutamente inaccettabili oggi da portare in contesti cristiani, e non solo”.
La paura e la certezza, le due emozioni pericolose suscitate dal fondamentalismo, vengono peraltro ancor più pericolosamente cavalcate dalla cattiva politica, che ha sempre strumentalizzato tutti i fondamentalismi, rimarca Roberto Beretta.

Stefano Alfonsi: un’alternativa ai fondamentalismi
Una visione religiosa alternativa ai fondamentalismi viene proposta dall’esperienza umana e intellettuale di Stefano Alfonsi, amico di padre Paolo Dall’Oglio, il missionario scomparso in Siria nel 2013. Stefano Alfonsi viene presentato al pubblico dalle parole del pedagogista Mino Spreafico, che ne sottolinea un grande merito, quello di essersi sempre messo in relazione con i popoli presso cui ha vissuto in giro per il mondo, imparandone la lingua (l’arabo, il malgascio, il bosniaco) e vivendo a lungo insieme alle persone umili”.
Universalità e profondità
Una caratteristica, quella della curiosità per i diversi abitanti del mondo, confermata dallo stesso Stefano Alfonsi: “Siamo tutti in cammino, sulla strada”, esordisce, condividendo con il pubblico i due desideri che sentiva quando era ragazzino e che in qualche modo indicavano già la direzione che avrebbe preso la sua vita: “Un primo desiderio era quello della diffusione, cioè di arrivare a tutti, arrivare al mondo, conoscere. L’altro però era di andare in profondità in questa conoscenza. Nella mia ingenuità pensavo che sarebbe stato bello riuscire almeno a salutare tutti gli esseri umani che ci sono al mondo”.
Paragona il mondo a una casa con cinque stanze, che corrispondono ai cinque continenti: “Non avrebbe senso che io vivessi in una sola di quelle stanze tutta la vita, ma nello stesso tempo la mia idea era quella di andare in profondità, e sappiamo che non basta una vita per conoscersi tra persone: se riesco a conoscere una persona è come se avessi conosciuto il mondo”.
L’orientamento alla fine lo ha trovato nel Vangelo: “Non solo Gesù predica per tutti, ma poi, dopo la sua morte, Gesù dice di andare, portare la buona novella fino ai confini dell’universo. Quindi nel Vangelo c’è l’universalità. Ma c’è anche la profondità: quando Gesù dice ‘amatevi tra voi e dice come vi ho amato io’, fino a dare la vita. Mi ci sono ritrovato, e mi sono incamminato nella direzione del Vangelo”.
L’esperienza con padre Paolo Dall’Oglio
Stefano Alfonsi parla quindi dei luoghi in cui si è incamminato: dall’ex Jugoslavia all’Africa, fino all’incontro con padre Paolo Dall’Oglio in Siria, nel monastero di Mar Musa, in cui è arrivato nel febbraio 2011, proprio mentre a Damasco c’erano le prime manifestazioni legate alle “primavere arabe”: “Il monastero era un centro di spiritualità che attirava persone da tutta Europa ma in pochi mesi, iniziata la guerra in Siria, è stato sfollato”. Stefano Alfonsi ha seguito padre Dall’Oglio nell’interesse verso il mondo islamico. “Conosceva l’arabo benissimo, considerava la Siria la propria patria: lo hanno espulso perché non è stato in silenzio di fronte al fondamentalismo, religioso e politico”.

L’incontro con l’islam
Stefano Alfonsi è rimasto un anno e mezzo nel monastero di padre Dall’Oglio, pur senza aver preso i voti: “Per me incontrare Paolo Dall’Oglio è stato come un approdo, perché io avevo questa grande passione per le culture che si intersecano, si contaminano, a volte si scontrano. Il conflitto non si può eliminare, ma può essere affrontato in modo non violento. Lì mi sono concentrato sull’Islam ed è stata un’esperienza veramente profonda e in qualche caso inaspettata. Nel monastero, cristiano, ho trovato una donna turca col velo, musulmana, Rabia, impegnata a leggere e studiare”.
Per i musulmani la Bibbia ebraica e il Vangelo sono parola di Dio. “Il Corano non è venuto ad abolirle, ma a confermarle, anche se ha aggiunto qualche cosa. Per questo il buon musulmano deve conoscere la rivelazione ebraico-cristiana: fa parte della sua fede. Allora anch’io mi sono interessato al Corano, ho iniziato a leggerlo in arabo. Del resto, nella liturgia cristiana araba Dio si chiama Allah, non è il nome specifico di Dio musulmano, significa semplicemente il Dio unico”.
Nell’incontro con l’Islam ha cercato di entrare in una diversa visione del mondo, quella del Corano: “Mi sono ritrovato a vedere non un mondo diverso, ma un mondo visto da un punto di vista diverso”.
E su Paolo Dall’Oglio sottolinea: “E’ scomparso da 12 anni, ormai lo consideriamo morto, un martire. In pochi però si sono soffermati su cosa rappresentasse Paolo Dall’Oglio per i musulmani. Ci basta dargli la definizione cristiana di ‘gesuita inculturato’. Ma Paolo aveva scritto un libro intitolato Innamorato dell’Islam, credente in Gesù”.
Le stesse parole di padre Paolo, che risuonano in un video proiettato in sala, indicano nel dialogo con l’islam la speranza per il futuro.
Il confronto con il fondamentalismo
“C’è una constatazione che non è di per sé religiosa, ma fenomenologica e storica: come si può non vivere insieme in un mondo dove ci sono un miliardo e mezzo di musulmani?”, sottolinea Stefano Alfonsi. “Dobbiamo costruirlo insieme questo mondo. Qui ci scontriamo purtroppo col fondamentalismo, anche quello islamico. E’ un dato di fatto col quale Paolo si è confrontato, è tornato in Siria dopo l’espulsione, clandestinamente, per andare a parlare coi quadri che si stavano formando a Racca, nella parte invasa dai fondamentalisti, quelli che poi sarebbero diventati Daesh, l’ISIS. Padre Paolo è andato a dire a loro di non tradire il senso del messaggio dell’Islam. Il Corano deve essere letto in profondità, non fermandosi a un certo tipo di violenza che, peraltro, nella Bibbia è presente allo stesso modo”.
La missione però fallisce: “Questi fondamentalisti rispettavano Paolo, che era stato 30 anni in Siria da amico dei musulmani, ma gli rispondono che quella è la loro guerra, non la sua, e lo invitano a tornare dove è venuto”.
La fede che “apre” verso il mondo
Padre Dall’Oglio parla della fede in Gesù come qualcosa che “fa aprire” l’uomo, in tutte le direzioni, verso l’incontro con tutta l’umanità: “Proprio un Gesù che non ti chiude, ma ti apre è ciò che anch’io ho trovato nel Vangelo”, sottolinea Stefano Alfonsi, che si sofferma anche sul concetto di sincretismo, costitutivo per la religione cristiana, che prende le mosse dall’ebraismo, ed è influenzata nei Vangeli dal pensiero greco.
“Mi sono chiesto anche se nella Chiesa ci possono essere altre “persone ponte” come padre Paolo”, sottolinea Stefano Alfonsi. “Non c’è solo il dialogo con l’Islam. Ma anche quello con l’Ebraismo: pensiamo a personaggi come Martin Buber, Emmanuel Levinas. Qualsiasi azione violenta compia Netanyahu, l’ebraismo ci appartiene nel profondo, ho il dovere da cristiano di dialogare con quelli che credono nel Dio di Gesù Cristo. Stessa cosa vale anche per l’Islam: i musulmani si richiamano ad Abramo, Ismaele è una figura anche biblica. L’essenza dell’Islam è la volontà di Dio, l’abbandono totale alla volontà di Dio. Un abbandono che è come quello di Gesù che in croce si abbandona alla volontà del Padre”.
Prove di dialogo interreligioso
Padre Dall’Oglio non è solo. Stefano Alfonsi cita diversi esempi di dialogo interreligioso. A partire da Raymond Panikkar che afferma: “Sono partito cristiano, sono diventato induista, mi sono ritrovato buddista senza mai smettere di essere cristiano.”
Poi Roger Schutz, il fondatore della Comunità di Taizé, “un’opera meravigliosa di incontro perché è una comunità cristiana, protestante e cattolica insieme”. E Jacques Dupui, intellettuale gesuita promotore del dialogo interreligioso in Asia.
Altra figura di dialogo su cui Stefano Alfonsi si sofferma è stata Christian de Chergé in Algeria, legato la vicenda dei martiri di Tibhirine: anche lui ha dovuto confrontarsi con il fondamentalismo ed è stato un martire. “Dobbiamo guardare a questi uomini-ponte, non per fare confusioni, ma per capire le profondità della nostra stessa fede. Da quando ho frequentato l’Islam, l’ho abbracciato simbolicamente come padre Paolo Dall’Oglio, amo di più la Chiesa”.
Per riprendere il tema della gioia della fede già affrontato da Antonietta Potente lo scorso incontro, Alfonsi legge proprio uno scritto di Christian de Chergè, che immaginando di essere vittima del terrorismo, come poi sarebbe accaduto, avanza il desiderio che la sua comunità, la sua Chiesa, la sua famiglia si ricordino che la sua vita è stata donata da Dio a “questo paese”, l’Algeria, e auspica il perdono per i propri assassini, affermando che anche in loro può contemplare il volto di Dio.

“Un nuovo capitolo per le religioni”
L’ultima testimonianza che Stefano Alfonsi condivide con il pubblico è quella di Ernesto Balducci che, in un’intervista proiettata in video, auspica il superamento del cristianesimo e delle religioni, viste come “figure storiche”, cresciute dentro culture di aggressività, e il superamento della violenza, che appartiene anche alla storia della Chiesa. La prospettiva è quella di un cristianesimo che si apra al compito della pace del pianeta: “Un capitolo totalmente nuovo per le religioni monoteistiche, il cui Dio gronda di sangue”. Dice Balducci: “Il tempo nuovo è il superamento delle religioni, quindi anche del cristianesimo così com’è”. Anche la religione cristiana deve rigenerarsi, come il chicco di grano che viene buttato a terra perché diventi qualcos’altro, germogli e cresca.
Senz’altro una serata ricchissima di spunti di riflessione per il pubblico, da cui emerge una visione della religione quasi ‘inedita’, sicuramente poco presente nel discorso pubblico. Un’idea di religione che esce dai dogmi e dagli aspetti identitari (quelli più a rischio di ‘fondamentalismo’). E prova a farsi ricerca e dialogo con l’altro.
E da qualche intervento del pubblico sembra intravvedersi una speranza in questa direzione: nella pratica, nelle relazioni con le persone di altre religioni che vivono accanto a noi, i cui figli a volte frequentano persino l’oratorio parrocchiale, questo incontro sta già avvenendo. Sono tante le difficoltà, i dubbi, le questioni aperte in chi si mette in relazione con l’altro. Però, come dice nel finale Stefano Alfonsi, “le cose grandi si costruiscono giorno per giorno” e la cosa importante è “non perdere mai la tenerezza nello sguardo che va verso l’altro”.
Solo così la religione può essere davvero uno strumento capace di “aprirci” verso il mondo.
Qui il video della serata:

