Quelli che… si fanno avanti

di Francesca Radaelli

Persone che si fanno avanti, tutti i giorni, per sostenere una “casa comune” sempre più minacciata da tante crepe. Sono state loro le protagoniste dei numerosi appuntamenti della Settimana della Carità promossa da Caritas Monza e conclusasi domenica 8 marzo, con una giornata che ha offerto la possibilità di conoscere luoghi e progetti della città dove le persone “si sono fatte avanti”, dall’associazione Carcere Aperto all’Asilo Notturno, dalla Fraternità Capitanio alla Cooperativa Iride.

La settimana è cominciata lunedì 2 marzo quando, durante la Veglia di preghiera presso la Chiesa di S. Pietro Martire, don Augusto Panzeri ha voluto riprendere il discorso pronunciato dall’arcivescovo Mario Delpini in occasione della solennità di S.Ambrogio dello scorso anno, a partire dalla parabola della casa costruita sulla roccia, del Vangelo di Matteo: “Di fronte alle crepe che minacciano la stabilità della casa comune si fanno avanti quelli che dichiarano di voler mettere mano all’impresa di aggiustare il mondo: l’educatore, il prete, l’insegnante e l’educatore professionale”.

Don Augusto Panzeri

Nel corso della Veglia, sono intervenute proprio alcune figure che, a Monza, sono chiamate a questa “impresa”.

La guida spirituale

Il primo è stato Monsignor Marino Mosconi che, facendo proprie le parole dell’arcivescovo, ha voluto contestualmente riferirsi all’esempio del Beato Luigi Talamoni, di cui si è celebrato nel corso della Veglia il centenario della morte. Ne ha ricordato il ruolo di guida spirituale per Maria Biffi Levati, fondatrice dell’ordine delle suore Misericordine di San Gerardo, una donna maggiore di lui di molti anni. “Egli è stato padre di chi poteva essere quasi sua madre e questo ci spiega a quale relazione di accompagnamento dobbiamo pensare per le figure dell’educatore, dell’insegnante, del prete”, sottolinea Monsignor Mosconi. “Una relazione non basata su uno scarto di superiorità, ma sulla capacità di camminare accanto”.

Monsignor Marino Mosconi

Ci sono alcuni compiti a cui si è chiamati nel ruolo di educatori dei più giovani: “Il primo è mostrare la bellezza del volto dell’adulto come una prospettiva desiderabile”, sottolinea monsignor Mosconi. “Un’indagine statistica sui maturandi in Italia mette in luce che un’ampia parte degli intervistati afferma di non voler svolgere la professione dei propri genitori. Credo che il prete, l’insegnante, l’educatore debbano mostrare di essere felici di essere adulti.  Un secondo compito”, continua, “è la capacità di mostrare la vita come una risposta a una chiamata ben precisa, la vocazione al bene e alla fedeltà”. E, citando le parole dedicate da S. Agostino alla propria madre, “anche un prete, un insegnante un educatore sono chiamati a ‘dare uno spazio’ di vita in cui un giovane possa diventare un uomo”.

L’amministratore pubblico

Il secondo a portare la propria testimonianza nel corso della Veglia è il sindaco di Monza Paolo Pilotto, che ha sottolineato la bellezza di aver potuto svolgere nella sua vita il mestiere di insegnante e, anche tutt’ora” un ruolo pubblico: “Ho avuto la fortuna di incontrare persone che senza dirlo esplicitamente mi hanno insegnato qualcosa, mi hanno aperto gli occhi, mi hanno provocato in modo positivo con la loro intelligenza o con la loro dedizione. E mi hanno fatto capire che il tempo non è mai tutto nostro, che ne dobbiamo metterne un po’ a disposizione, con la speranza di essere almeno utili agli altri, perché i nostri non sono mai destini individuali”.

E soffermandosi sulla parabola del Vangelo di Matteo: “La casa non cade, dice il vangelo, “quando si ascoltano le mie parole”. Anche oggi, nel tempo della tecnica, abbiamo bisogno di un ancoraggio, di una ricerca di senso che passa attraverso la parola umana e la Parola con la p maiuscola. L’ascolto della Parola, nel Vangelo, però non basta: quelle parole vanno messe in pratica, devono incidere nella nostra vita, lasciare un segno. Entrare nella nostra esperienza personale, passare attraverso altre persone. Ciascuno di noi deve molto spesso buona parte delle sue convinzioni non solo all’ascolto di un messaggio, ma anche al confronto con persone che hanno lasciato un segno”. 

Facendo riferimento all’impegno politico: “Nelle istituzioni pubbliche non sempre si hanno tutti i mezzi che si vorrebbero avere , ma la possibilità di occuparsi del bene possibile rimane aperta, sperando che sia il più possibile un autentico bene comune. L’arcivescovo chiede a chi si occupa del pubblico serietà, competenza, conoscenza, impegno: conferma le parole di Paolo VI che insegnava che l’attività politica è una delle forme della carità. Spesso dentro la città le relazioni tra cittadini e le relazioni tra cittadini e istituzioni sono intrise di rabbia, di diffidenza, di discredito. Ma c’è sempre uno spazio oltre la rabbia, c’è sempre la possibilità di aprire un dialogo”.

La suora misericordina

L’ultimo che “si fa avanti” durante la Veglia di preghiera è il beato Luigi Talamoni, ricordato attraverso le parole di suor Maria Elia Colombo, che ha voluto esprimere un aspetto particolare del fondatore delle suore Misericordine di San Gerardo: il suo continuo essere ed esserci. “

Essere è qualcosa di duraturo, che permane e che viene dai doni che Dio fa ad ogni persona in modo diverso. Il suo essere, il beato Luigi Talamoni l’ha replicato in sé come fede ricevuta e vissuta, come presenza di Dio da vivere e manifestare, come un lasciarsi attraversare dall’amore di Dio e un donarlo. Anche attraverso di noi il beato Luigi Talamoni ascolta, frequenta, si relaziona con tante persone che sono in difficoltà, che fanno fatica a vivere, le accompagna, le sostiene. È qui che noto nel mio fondatore, oltre all’essere, c’è l’esserci. Lui c’è. Se hai delle necessità non ti abbandona. Cerca con te un esito positivo, condivide il tuo dolore, ti dà una mano, ti solleva, ti aiuta a viverlo. Questo è esserci. È un credere che nulla è impossibile”.

Suor Maria Elia Colombo

Dalla loro origine, le suore Misericordine si dedicano all’assistenza dei malati e delle persone più fragili. “Anche il nostro carisma è un esserci, è un credere che nulla è impossibile a Dio, scegliere quello che c’è da fare, pensando a tutte le cose che il Beato ha fatto”, spiega suor Maria Elia Colombo. “Il dono di misericordia noi lo abbiamo ricevuto da lui per passarlo agli altri. La misericordia non è mai finita, ha bisogno sempre di canali. Esserci non è fare tutto, ma essere fedeli a quello che facciamo. Noi possiamo diventare il luogo in cui in cui Dio passa e dona la vita”.

Nella ricerca spirituale degli adolescenti

Martedì, mercoledì e giovedì sera, sono stati trasmesse in diretta su Youtube, secondo una prassi ormai consolidata, le conversazioni “dopo il TG”. Dopo la presa di parola degli adulti che si fanno avanti per la casa comune, gli spazi online sono stati dedicati all’ascolto di giovani che hanno voglia di esserci, e di futuro. Andando nella direzione indicata dallo stesso arcivescovo: “La casa non crollerà perché le nuove generazioni si fanno avanti per scrivere una storia nuova”.

I giovani musicisti

Protagonista della prima serata è stata la Rangers Music Band, una vera e propria band musicale composta da una ventina di ragazzi seguiti dalla Cooperativa il Brugo. A rappresentare tutti c’erano Haris, Anna, Davide e Simone, insieme all’educatore Lorenzo Rossin. Dalle loro parole, il pubblico in ascolto ha percepito con forza tutto l’orgoglio di far parte di una vera band, che, nata lo scorso anno, ha già vissuto tantissimi eventi live e anche alcune  trasferte in Italia e addirittura all’estero. I ragazzi hanno raccontato l’emozione di aver suonato a Parigi nel Palazzo Unesco, invitati dal ministro Alessandra Locatelli, nell’ottobre 2025, in occasione di un evento a cui partecipavano persone provenienti da tutto il mondo.

Il nome Rangers Music Band dice molto dello spirito con cui nasce questo particolarissimo gruppo musicale: “Siamo i difensori delle persone in difficoltà”, spiega Davide, “ci aiutiamo a vicenda. Miglioriamo sempre più e andiamo avanti come piace a noi: con i piedi per terra e la testa tra le nuvole”.

Da sinistra: l’educatore Lorenzo Rossin, Simone, Davide, Anna, Haris

La musica insieme

Racconta Simone: “Ci troviamo tutti i mercoledì per le prove, che hanno una durata di 4 ore. Nel nostro repertorio abbiamo un centinaio di canzoni, sia italiane che straniere”. I generi spaziano dal pop al rap, dai cantautori italiani alle canzoni in lingua inglese. La scelta delle canzoni da eseguire viene discussa insieme, a partire dalle proposte di ciascun componente: “Il bello dell’essere in tanti è che ciascuno può proporre generi diversi”.

Cosa rappresenta per questi ragazzi la musica? Uno sfogo per quando sei giù di morale, rispondono: la musica aiuta nei momenti di sconforto, fa sentire liberi. “E’ come sentirsi al mare”, dice Anna. “Mi rende calma, mi permette di non pensare alle cose tristi e difficili”. E la cosa più bella di suonare in una band, dicono i giovani musicisti, è condividere tutto questo in un’esperienza di gruppo: suonare insieme, ma anche affrontare le sfide più impegnative come la scelta delle canzoni da eseguire in pubblico.

Il professore e lo studente

Il secondo appuntamento online ha preso le mosse dalla tragedia di Capodanno a Crans Montana e ha visto protagonisti Don Augusto Panzeri, il professor Emanuele Giardini, insegnante di religione al liceo Frisi, e Alessandro Lindner, studente di quinta liceo scientifico.

Partendo dalla vicenda di Achille Barosi, uno dei ragazzi che, una volta in salvo, ha deciso di rientrare nella discoteca in fiamme, e ha perso così la vita, ci si è chiesti cosa può aver portato un giovane a rischiare la vita e a morire. La riflessione sulla vicenda è stata portata da don Augusto tra i giovani detenuti del carcere di Monza: tra le varie osservazioni spicca la convinzione che l’istinto umano dei ragazzi è un istinto buono.

Il professor Giardini ha invece coinvolto alcuni studenti delle scuole superiori “Frisi” e “Mosè Bianchi” di Monza chiedendo loro che aria respirino nel mondo e nei luoghi che frequentano. Ha dunque chiesto ai ragazzi di riflettere su come si possa cambiare l’aria che respiriamo, spesso viziata, ma anche su cosa significhi mettere in gioco la propria vita.

Da sinistra: don Augusto Panzeri, Alessandro Lindner, Emanuele Giardini, Fabrizio Annaro

Riportando le risposte, il professore ha sottolineato che i ragazzi sentono tanta aria di individualismo, specialmente nel mondo adulto, del lavoro, delle carriere. “Provano un senso di impotenza pensando a ciò che succede a livello internazionale: forse siamo assuefatti alle cose come sono, alle cose che succedono. Una ragazza al primo anno di università, riflettendo su ciò che è successo a Crans Montana, ha sottolineato che forse è più comprensibile alla nostra sensibilità la noncuranza e l’attenzione al profitto dei proprietari del locale, che il gesto di questo ragazzo, che sembra fuori dalla nostra abitudine”

Altri vedono nel mondo che li circonda una fatica ad uscire dalle proprie comodità, uno stare insieme solo per utilità, senza un’idea di comunità. Se la sensazione che ciò che appesantisce la nostra aria sia troppo più forte di noi, alcuni ragazzi dicono di volersi circondare di persone e situazioni che facciano respirare aria fresca e pulita. “Qualcuno”, riferisce il professor Giardini, “ha riflettuto sul fatto che mettere in gioco la propria vita vuol dire viverla, ma anche ‘sacrificarsi’ per qualcuno, modificare la propria vita per qualcun altro, anche nella vita quotidiana: molti lo fanno senza rendersene conto appieno”. Tutti lo possiamo fare.

Uscire dalle proprie “bolle”

Prendendo la parola, Alessandro Lindner, giovane studente del liceo Frisi, si dice convinto che “l’aria che si respira nei nostri ambienti, che siano scuola, oratori, lavoro, è l’aria delle presunte sicurezze. Viviamo in un mondo che ci chiude all’interno di ‘bolle’ che possono essere relazionali o informative, soprattutto nei social, che ci mostrano ciò che ci fa star bene e non la verità dei fatti. Questo non ci permette di conoscere la realtà come sta”.

Fa riferimento a un’esperienza che a lui ha permesso di uscire da questa situazione: accompagnare il parroco nella benedizione delle case durante il periodo di Avvento. “Solo così ho potuto accorgermi di quanto fossi ignorante della condizione in cui le persone vicino a me vivevano, spesso in solitudine”. Ed esprime una profonda convinzione: “Possiamo cambiare l’aria se c’è qualcuno che viene a tirarci fuori dalle nostre ‘bolle’. Forse il mettere in gioco la vita sta proprio nell’intercettare le persone e chiedere loro: mi serve una mano da te. Non pubblicare un post sui social, ma andare e dire “mi serve il tuo aiuto” ai singoli”. 

Il giovane che racconta il suo riscatto

L’ultimo giovane che si è fatto avanti in questa Settimana della Carità è Simone Lorenti che, all’età di 17 anni ha pubblicato un libro, dal titolo “Per sempre” che racconta la sua storia di riscatto. A parlare per lui, nel corso del terzo appuntamento “dopo il TG” sono state proprio le parole da lui scritte. Dopo aver subito bullismo, vissuto la depressione, pensato al suicidio, ha trovato una strada per uscirne. Una strada che passa per lo sport: il pattinaggio artistico a rotelle. Praticato dall’età di sei anni, il pattinaggio per Simone non è solo una disciplina ma un rifugio e anche una via di riscatto.

E la sua è una storia che sente di dover raccontare:  “Certe cose se non vengono dette ti restano addosso per sempre”, scrive nell’introduzione. Simone parla anche dell’attenzione che alcune persone a lui vicine hanno avuto per la sua sofferenza, afferma che bisogna farsi aiutare, che questo è il passaggio più difficile, ma necessario. Nella sua storia di riscatto individuale si afferma anche la consapevolezza di non essere soli.

Ed è proprio da lì forse che arriva quella spinta a “farsi avanti” che hanno mostrato nelle diverse forme e personali declinazioni tutti coloro che hanno “preso parola” durante gli incontri della Settimana della Carità. Persone che provano a farsi avanti tutti i giorni. Persone di cui è bello, e giusto, conoscere le storie.

12 marzo 2026

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