Seveso, la diossina, 40 anni fa

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di Luigi Losa

Ore 12,37 del 10 luglio 1976, un sabato, una giornata calda come le altre di un’estate piuttosto rovente come altre del passato e degli anni a venire.

Poco più di due mesi prima un terribile terremoto ha colpito duramente il Friuli causando morti e distruzioni.

Alla periferia di Meda, sul limitare di Seveso, quartiere San Pietro, a un dipresso del seminario arcivescovile, case perlopiù tirate su da immigrati veneti e meridionali con grandi sacrifici, c’è da decenni, per la precisione dal 1945, una fabbrica chimica, l’Icmesa, acronimo di Industria chimica Meda società azionaria, che fa capo al gruppo Givaudan di Ginevra a sua volta di proprietà della multinazionale elvetica Hoffman-La Roche di Basilea. Roche è un marchio mondiale della farmaceutica ancora oggi.

A Meda si producevano essenze aromatizzate, tanto che l’Icmesa veniva chiamata la ‘fabbrica dei profumi’. In realtà vi si produceva anche il triclorofenolo, un diserbante, diventato tristemente famoso per essere stato impiegato in dosi massicce come defoliante dall’esercito americano nella guerra del Vietnam per stanare i guerriglieri vietcong nella giungla.

Ebbene, proprio la produzione del triclorofenolo all’interno di un reattore dell’Icmesa genera, per un surriscaldamento non controllato, una reazione chimica che porta alla rottura del disco di sicurezza e, in totale carenza di altri sistemi di contenimento del prodotto, alla fuoruscita nell’atmosfera di una nube biancastra che, sospinta dal pur debole vento del momento, si dirige verso sud, Seveso ma, lo si scoprirà successivamente anche Cesano Maderno e Desio.

Un coraggioso operaio accortosi dell’incidente blocca e spegne il reattore impedendo che altro materiale allo stato gassoso si disperda nell’aria. Ovviamente dentro la fabbrica il guasto viene segnalato alla catena di comando e di direzione. Ma è solo il giorno seguente, domenica, che un paio di dirigenti si recano a casa del sindaco di Seveso, Francesco Rocca, per informarlo che si è verificato un incidente per cause ancora imprecisate ma soprattutto con conseguenze del tutto ignote. Non passano molte ore e già dal lunedì, martedì le piante dei prodotti ortofrutticoli delle case a ridosso della zona ingialliscono di colpo e gli animali da cortile e domestici incominciano ad accusare malesseri. Tra il mercoledì e il giovedì i bambini della zona, uno dopo l’altro, e qualche adulto si ritrovano braccia, gambe e volti con macchie e bolle rosse.

L’allarme si diffonde e i sindaci di Seveso e Meda emettono una prima ordinanza che dichiara la ‘zona infestata da sostanze tossiche’ e fa divieto ‘di toccare o ingerire prodotti ortofrutticoli evitando contatti con vegetazione terra e erbe in genere’.

La notizia deflagra sui giornali sabato 17 luglio, una settimana dopo l’incidente: gli animali incominciano a morire, i bambini e gli adulti vengono ricoverati negli ospedali per cercare di capire l’origine di quelle macchie sulla pelle.

Seveso finisce al centro di una autentica tempesta mediatica ben presto di livello mondiale soprattutto quando, finalmente, il mercoledì successivo, dalla Svizzera arriva un terribile responso: la reazione incontrollata ha provocato la formazione di diossina un potentissimo veleno dalla conseguenze non del tutto note ma sicuramente dannose per ogni organismo vivente ed umano in particolare. E’ il panico ma per la gente di Seveso inizia la vera tragedia che durerà per anni.

Si mobilitano la Regione, il governo, medici e scienziati per capire il da farsi: arriva l’esercito che incomincia a isolare la zona contaminata che andrà via via estendendosi dapprima con reticolati e rotoli di filo spinato e poi con vere e proprie barriere. I militari rivestiti di tute bianche e con i volti coperti da maschere sorvegliano la zona con le armi. In due ondate successive più di 700 persone sono costrette ad abbandonare le loro case, in alcuni casi per sempre in quanto verranno distrutte come la stessa fabbrica.

Si discute per mesi come procedere per decontaminare e bonificare la zona immaginando anche la costruzione di un mega forno inceneritore, scelta che sarà poi fortunatamente abbandonata.

Viene istituito di lì ad un anno all’incirca un ufficio speciale affidato al sindaco di Como Antonio Spallino e successivamente al senatore Luigi Noè che completerà le operazioni di bonifica.

Il caso Seveso diventa l’emblema dei disastri ambientali di natura industriale a livello mondiale e di certo il prezzo pagato sulla propria pelle dagli abitanti della cittadina brianzola è stato molto alto. La scienza, la medicina, la politica, l’industria hanno ricavato da quell’evento importanti indicazioni sulle sicurezze, sulle prevenzioni, sulle tutele, sui controlli, sulle ricerche da mettere in atto per evitare il ripetersi di disastri simili. Che però si sono verificati ancora. Uno su tutti il disastro ancora più spaventoso di Chernobyl nel 1985.

Sono passati 40anni da quel 10 luglio e Seveso ha superato la prova, è tornata alla normalità piena, ha realizzato nell’area inquinata e bonificata, sopra due gigantesche vasche dove sono è stato sepolto tutto quanto era stato inquinato, il Bosco delle Querce simbolo della rinascita non solo ambientale. I sevesini non dimenticano di certo quel che è successo ma non amano parlarne, comprensibilmente. Anche perché al di là dei doverosi, quanto non si sa se giusti, risarcimenti nessuno ha mai chiesto ufficialmente scusa. E tantomeno li ha ringraziati per il contributo che comunque hanno saputo dare alla scienza. Un’omissione colpevole e grave per la storia stessa dell’umanità.

Chi scrive ha avuto la ventura di vivere in prima persona, direttamente, da giovane giornalista, l’intera vicenda e di serbarne la doverosa memoria.

 

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