Tanti Saluti al Binario 7: in scena clown e infermieri

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clowndi Francesca Radaelli

Una bara di legno e tre nasi rossi. Inizia così Tanti Saluti, lo spettacolo ideato e interpretato da Giuliana Musso insieme a Beatrice Schiros e Gianluigi Meggiorin, per la regia di Massimo Somaglino, in scena sabato 15 novembre al Teatro Binario 7 di Monza, con repliche domenica 16 alle ore 16.00 e 21.00.

Un progetto di teatro civile e clownesco, recita la locandina. La scelta coraggiosa, da parte di  una delle maggiori esponenti del teatro di narrazione e d’indagine, di portare sotto i riflettori, con sapiente alternanza tra profondità e leggerezza, un tema che rappresenta uno dei tabù più grandi del nostro tempo. Ovvero la morte, il delicatissimo passaggio dalla vita a non si sa bene che cosa, il momento del congedo, dell’addio, o come lo si vuole chiamare. Quello in cui il cuore cessa di battere.

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Teatro di un evento tanto rilevante  sono oggi per lo più gli ospedali, le case di cura, i reparti di terapia intensiva. I principali spettatori, nonché testimoni, sono medici e infermieri, chiamati a risolvere il ‘problema’ rappresentato da una persona che sta morendo. Perché troppo spesso di problema si tratta.


Sono proprio loro a raccontare, in una serie di monologhi di grande intensità drammatica, le storie degli ultimi istanti di vita di chi è condannato – da familiari miopi, primari ottusi o leggi assurde – a prolungare inopinatamente le ultime ore della propria vita, spegnendosi lentamente in un letto d’ospedale, circondati da medici  tirocinanti, sommersi dai tubi, sfiniti da terapie ormai inutili, con il corpo martoriato da operazioni e amputazioni.

Attraverso le parole degli infermieri, che sul palco si confessano e denunciano le nostre piccole grandi bugie sulla morte, prendono corpo e si susseguono come in una carrellata i protagonisti della vita, e soprattutto della morte, in ospedale.

Dal medico che rifiuta di sospendere le cure per paura di conseguenze legali a quello che aspetta a comunicare alla figlia la morte della madre perché occorre che prima l’attività elettrica sia cessata del tutto. Dal vecchio di oltre 90 anni che vuole solo essere lasciato in pace a quello che affida il ricordo dei momenti più belli della propria vita all’infermiere che lo assiste negli ultimi istanti prima della morte.

Una morte, quella degli anziani negli asettici ospedali, che non è mai ‘naturale’, ma sempre dovuta a complicanze, a patologie dai nomi astrusi, a scostamenti dalla norma dei parametri medici. Una morte che, forse, non vogliamo più accettare come parte della vita e che, sotto sotto, speriamo di riuscire a curare attraverso la medicina, quasi fosse una malattia come tante altre.

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Ma c’è anche un’altra morte, quella che colpisce all’improvviso, quando meno ce lo si aspetta. E qui entrano in scena i clown: gli attori – sempre quei tre – indossano il naso rosso e si calano nei panni della casalinga indaffarata che non ha tempo per passare a miglior vita perchè aspetta l’idraulico, dell’imprenditore abituato a comprare tutto e tutti col denaro che esige di discutere il proprio passaggio a miglior vita con l’amico cardinale, della donna che dopo una vita passata a lottare contro l’invecchiamento non può accettare di morire così, da un momento all’altro.


Ma non c’è obiezione che tenga e tutti quanti, all’apparire del taciturno signore vestito di nero (anch’egli con il naso rosso, a dir la verità), devono arrendersi ed entrare nella bara di legno che costui silenziosamente indica.

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La rappresentazione ha un bel ritmo e il mix di tragedia e commedia è decisamente ben riuscito. I monologhi conferiscono spessore drammatico e tragico, denunciando l’ipocrisia della società contemporanea di fronte alla morte, ma mostrando anche l’umanità più autentica degli ultimi istanti, mentre gli sketch grotteschi dei clown riportano lo spettacolo su un piano di ironia e leggerezza.


La bara di legno, quella comparsa sul palco fin dall’inizio, si trova qui per ciascuno di noi, ci dicono i tre buffoni, ridendo sotto i nasi rossi. E portando sul palco tante sveglie, una per ciascuno degli spettatori. “Ricordati che devi morire prima o poi”, sembrano dire le simpatiche sveglie ai membri del pubblico in sala, nessuno escluso.

Perché forse, dopo tutto, è davvero ora di farsene un ragione.

 ©fotografie di Stefania Sangalli

 

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