Premio SLAncio: viaggio a Bodrum

Tra Buoi e Luce. Concorso letterario PREMIO SLANCIO EDIZIONE 2022 promosso dal magazine Scriveresistere  – www.scriveresistere.it – la rivista scritta con gli occhi da persone con SLA.

Oggi proponiamo il racconto terzo classificato: 

Viaggio a Bodrum; di Carlo Simonelli

Mio padre mi teneva stretto stretto, che quasi non riuscivo a respirare. Io in un braccio e mio fratello nell’altro. Di fronte, la mamma, vestiti colorati, fazzoletto in testa. Blu, come il mare di quel giorno di tempesta.

Qualche tempo prima, di notte, mio padre ci aveva strappati dal letto, Ghalib e me. La mamma era già davanti alla porta e piangeva, abbracciava la zia, mentre il nonno ci guardava senza dire niente. Riusciva a trattenere a stento i sospiri che prorompevano dalle labbra, nascoste dalla lunga barba bianca. Gli occhi stanchi e arrossati, le mani l’una nell’altra, sembrava uno che di colpo aveva perso tutto. Ci salutavano come se non ci avrebbero più visti e gli abbracci, le lacrime, le parole non dette sarebbero stati il ricordo di quel momento che ci avrebbe accompagnato per sempre. Prima di andare, mia madre guardò il nonno un’ultima volta.

Ezgelekşermdikim– gli disse – Mi dispiace molto. – Lui non rispose e dopo qualche momento di silenzio – Xemgîn– aggiunse ancora – Scusa. Ma il nonno restò muto, dalle sue labbra, adesso, non usciva nemmeno il lamento.

Tutti si mossero veloci alle grida dell’autista, che mi aveva messo paura, sebbene fossi al sicuro, ancora in braccio a mio padre. Ghalib era sceso e camminava tenuto per mano.

Quando fummo sul camion, nonostante il motore e tutta quella gente, mi addormentai subito. La notte era stata agitata, rumori continui, e mio fratello che mi abbracciava nel sonno.

Non dormii molto, mio padre non riusciva a tenermi in braccio, la mamma ci strinse al petto per un po’, ma presto non ebbe più forza e ci poggiò a terra. I suoi occhi, sempre vivi anche nel buio, quella notte erano spenti.

Nel camion lo spazio era angusto, spalle contro spalle, gomiti a gomiti, occhi a fissare le sagome dei piedi e i pensieri di ognuno chissà dove.

Io lo sapevo dove.

Andavamo in un posto magnifico, dove le case non erano solo macerie, si poteva camminare per le strade e anche giocare.

Mi avevano raccontato che di giorno non saremmo più dovuti rimanere nascosti in casa, al buio, come facevamo sempre, ma potevamo uscire, senza preoccuparci di sentire spari ed esplosioni. Era un posto lontano e bisognava viaggiare a lungo e in silenzio, in modo che chi ci inseguiva non potesse trovarci.

Ogni tanto ci si fermava, si scendeva un momento, a urinare e vomitare, poi si risaliva e si restava nascosti nel camion. Zitti, per non farci sentire. Al buio, per non farci vedere. Ma a questo eravamo abituati, da sempre.

Ghalib e io eravamo nati nelle tenebre, avevamo sempre vissuto così, ed eravamo assuefatti al buio, anche quando fuori la luce sembrava accecante, ci irretiva e ci chiamava con la sua voce di morte e di dolore. A casa dovevamo muoverci in punta di piedi, non farci notare e non farci sentire. Dovevamo diventare invisibili. E c’eravamo riusciti. Figli del buio.

Appena giungemmo al mare, da un buco nel telone osservai quella pianura desolata. Sul camion uno raccontava che in una lingua lontana, maru significava deserto, cosa morta, e mar significava morire. In quel momento, guardando la distesa d’acqua là fuori, avevo capito cosa volesse dire deserto. Mio padre ripeteva di smetterla, che ci mettevano paura, e quelli ribattevano risentiti che eravamo troppo piccoli per capire. E forse avevano ragione. Eravamo piccoli, e capivamo solo quel poco che bastava, quel poco che serviva. Ma la paura che ognuno di loro si portava dentro la capivamo bene.

Quando scendemmo dal camion era buio, per questo mi sentii a mio agio. Corremmo insieme verso la barca, la mamma mi teneva in braccio – io ero più leggero e di due anni più piccolo di mio fratello – mio padre si portava appresso le poche cose che avevamo e Ghalib e la esortava a stargli dietro: dai Rehanna, dai! Vieni, non ti fermare. De emherin. – andiamo.

Non avevamo mai visto il mare. Nemmeno la mamma e, credo, neanche uno di quelli che erano con noi l’aveva mai visto e nessuno sapeva nuotare. Ma non c’era tempo per lo stupore, per la paura, bisognava correre, salire sul gommone che dondolava nell’acqua e che forse, se ci fossimo attardati, non ci avrebbe aspettato, partendo senza di noi alla volta di quel mondo incantato che tutto d’un colpo aveva fretta di accoglierci.

Quando riuscimmo a salire a bordo fummo finalmente certi di essere al sicuro. Il più era fatto, la città dalle belle case e le strade giocose ci aspettava e ci eravamo lasciati per sempre l’inferno alle spalle.

Nonostante lo sentissi nominare ogni giorno, non ho mai saputo cosa fosse quest’inferno di cui si parlava.

La mamma mi aveva vestito con pantaloni azzurri, una maglietta rossa e, ai piedi, un paio di scarpette nuove, regalo del nonno. Tenevo molto alla mia maglietta rossa, che alla luce si accendeva, trasmettendo tutta la voglia di vivere che ogni bambino si porta dentro.

Non appena partimmo l’eccitazione e l’allegria che avevo svanirono di colpo. L’acqua schizzava in aria disperdendosi in mille goccioline che bagnavano me e tutti gli altri viaggiatori.

Il mare è freddo – deryayêsar e – piagnucolai guardando mio padre che mi teneva in braccio. Lui mi fece una carezza sulla testa e cercò di coprirmi. Dopo qualche minuto, la prima onda ci assalì e il pilota del gommone si gettò in mare, abbandonandoci al nostro destino. Mio padre mi affidò alle braccia della mamma e prese il comando dell’imbarcazione. Ci tenevamo stretti, eravamo atterriti. Le onde si susseguivano e in poco tempo ci trovammo tutti in acqua, abbracciati l’uno all’altro. I miei occhi si riempirono di sangue, avevo freddo. La mamma gridava, poi la persi di vista, prima che anche Ghalib sparisse, mentre mio padre, stringendomi al petto, lo cercava annaspando. Alla fine, scivolai via anch’io, risucchiato da quel turbine gelido e non riuscii a vedere più nessuno.

All’alba la spiaggia era deserta, una sensazione di pace ci pervadeva e la mamma ci teneva sulle ginocchia, mio fratello e me. Mio padre non c’era più, era scomparso tra i flutti con tutti gli occupanti del gommone.

Ci alzammo a giocare, a pochi passi da noi sulla battigia giaceva una figura, carezzata dall’acqua, che osservai con curiosità: la mia stessa maglia rossa, gli stessi pantaloni, a pancia in giù, testa rivolta alle onde e palme delle mani al cielo. Preghiera agli uomini. Preghiera a Dio.

Un piccolo sasso inanimato sulla spiaggia, mimetizzato tra gli altri.

L’acqua smussa gli angoli e rende tutto uguale; leviga ogni cosa, ma non potrà mai levigare le coscienze di chi resta, muto, a guardare chi ha colpa.

Ancora non ho visto le case, ma avevano ragione: questo posto è stupendo e non mi devo più preoccupare dell’odio degli uomini.

Finalmente la luce non è più morte e dolore.